C’è più di un fatto nuovo da evidenziare, nell’ultimo viaggio di Papa Leone in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Una serie di “mai prima d’ora” che dicono molto anche del carattere di Leone XIV.
Mai prima d’ora il viaggio di un pontefice in Africa aveva goduto di tanta attenzione mediatica.
Mai prima d’ora le polemiche iniziali (di natura politica) avevano costituito un acceleratore per la diffusione del messaggio papale e non un freno.
Iniziamo proprio da qui.
Nella notte italiana che ha preceduto la partenza del viaggio, infatti, contro il Papa sono arrivate accuse pesanti dal Presidente degli Stati Uniti Trump. Di seguito i virgolettati: “È un debole, è pessimo. Non voglio un Papa che critichi il presidente americano, poiché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, vale a dire portare la criminalità ai minimi storici e creare il più grande mercato azionario della storia. Il Papa è stato scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano; si riteneva che fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J. Trump".
Parla di sé in terza persona.
Aggiunge che Prevost dovrebbe essergli grato, perché senza di lui non sarebbe stato eletto (come se il papato fosse un biglietto della lotteria).
Dichiarazioni che ci fanno entrare nell’universo trumpiano, in cui egli è la terra, il sole, la luna e le stelle. E gli altri, se va bene, asteroidi di passaggio.
Polemiche fuori posto e senza senso (a cui la Presidenza Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana ha risposto con giuste parole di vicinanza e affetto al Papa), che avrebbero potuto affossare il viaggio, cancellando dai radar la sempre bistrattata Africa e lasciando i riflettori solo su Trump.
E invece non solo non è accaduto, ma il pallino della comunicazione è sempre rimasto saldamente nelle mani di Leone.
La sua prima dichiarazione sul volo verso Algeri è diventata presto globale: “Per la Chiesa è un obbligo morale promuovere la pace, non ho paura, non sono un politico”. Come globale è diventata la seconda, dopo quattro giorni nei quali ogni parola del pontefice (anzi, ogni suo respiro), veniva interpretata come un riferimento contro il presidente USA: “Non ho alcun interesse a dibattere con Trump, sono qui per incoraggiare i cattolici dell’Africa”.
Non sfugge lo stile comunicativo di Prevost, che da un lato è diretto ma dall’altro evita quella polarizzazione che ha sempre condannato come un male della politica e della comunicazione di questi anni. In poche parole: il pontefice non risponde a Trump per colpirlo in un eterno ping pong a chi si prende l’ultima parola; il Papa interviene per spiegare il senso dei suoi interventi e ricordare la sua priorità: la promozione della pace.
E in tutto ciò l’Africa non scompare, anzi: in oltre 25 tra discorsi e omelie, con 18 voli per un totale di oltre 14 mila chilometri in 11 giorni, Leone denuncia la corruzione nel continente (e in Camerun e Guinea Equatoriale lo fa davanti ai rispettivi Capi di Stato). In Angola invita le autorità a non temere il dissenso. Ancora in Guinea visita il carcere di Bata, con la conseguenza che le telecamere che lo seguono si ritrovano in uno degli istituti di pena più denunciati al mondo per le condizioni di vita (e di morte) dei detenuti. “Illuminare le periferie”, come chiedeva Papa Francesco, non è mai stato così vero.
Leone condanna i “signori della guerra, i dominatori e i tiranni del mondo”, ricorda che mani esterne all’Africa la saccheggiano e reinvestono in armi il bottino, aumentando la destabilizzazione. Denuncia che le aree interne non hanno scuole e ospedali. Che tutto questo contribuisce a quelle migrazioni che, aggiungo, sono anche causa di morte e in occidente alimentano tensioni. Chiede un’equa distribuzione delle risorse. In poche parole: parla di Africa ma non sta parlando solo all’Africa. Parla anche al Nord del mondo.
E poi spinge i giovani africani a prendere in mano il loro futuro, forti di gioia e speranza che sono “virtù politiche”, le definisce. Indica la dottrina sociale della Chiesa come chiave per interpretare il cambiamento, visita case per anziani, orfanotrofi, scuole e università, come quella Cattolica del Centrafrica in Camerun che fu un progetto di Giovanni Paolo II, in occasione del suo primo viaggio nel 1985, poi aiutata a crescere dagli altri pontefici, e oggi fucina di una nuova classe dirigente.
Nascosti tra quei giovani c’erano sicuramente i futuri leader del continente.
Questi giorni africani non sono finiti e non saranno dimenticati.
