Come si può abitare con consapevolezza il variegato mondo dell’informazione?È da questa domanda che ha preso avvio il miniconvegno “Per una scelta educativa critica”, all’interno del Convegno educatori e animatori di Riccione. Una domanda che riguarda tutti, ma che interpella in modo particolare chi svolge un servizio educativo: perché educare, oggi, significa anche accompagnare a leggere la realtà senza subirla.
Viviamo immersi in un flusso continuo di stimoli, notifiche, immagini e notizie. Informarsi sembra facile, quasi automatico. In realtà, non lo è mai stato così poco. Proprio per questo la formazione – per un laico di Azione Cattolica – si configura come una responsabilità sociale: imparare ad abitare il mondo dell’informazione diventa una palestra decisiva per formare cittadine e cittadini capaci di senso critico, discernimento e partecipazione al bene comune.
Ad accompagnare la riflessione, due giornaliste: Elisa Anzaldo, vicedirettrice del TG1, e Agnese Palmucci, giornalista di Avvenire, impegnata anche nel settore giovani dell’Azione Cattolica di Roma. Le loro voci, diverse per esperienza e contesto, hanno aiutato a tenere insieme competenza professionale, attenzione educativa e sguardo credente.
Il primo invito rivolto ai partecipanti è stato concreto: strutturare una routine informativa consapevole.
Non affidarsi solo ai social o alle fonti che confermano le nostre opinioni, ma cercare punti di vista diversi, anche scomodi. Perché la coscienza critica nasce proprio dallo spostamento dello sguardo, dall’uscire dalla propria “bolla”. Un passaggio reso evidente anche attraverso stimoli culturali condivisi dal L’attimo fuggente al dibattito sulle filter bubble e da un gioco che ha coinvolto direttamente la platea: distinguere tra notizie vere e false, immagini reali e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Un esercizio semplice solo in apparenza, che ha mostrato quanto sia difficile, oggi, riconoscere ciò che è affidabile. L’IA, infatti, non produce solo falsi evidenti, ma contenuti verosimili, capaci di ingannare anche osservatori attenti. Per questo il lavoro del giornalista, come hanno raccontato le relatrici, è sempre più una corsa contro il tempo, in cui verificare le fonti e dare autorevolezza alle notizie diventa una vera responsabilità pubblica.
Durante il confronto è emersa una provocazione forte: la verità non si possiede.
Esiste la realtà, ma ogni suo racconto è parziale, filtrato dallo sguardo, dall’esperienza e dal linguaggio di chi comunica. È una tensione che non si risolve una volta per tutte, e che richiama la domanda di Pilato nel Vangelo: «Che cos’è la verità?».
Per i cristiani questa domanda non è astratta. La verità non è un’opinione, ma una relazione: è Cristo stesso. Eppure, proprio per questo, non può essere usata come arma. Cercare la verità significa tendere all’oggettività, sapendo di non essere mai neutrali al cento per cento; fare un passo indietro, lasciare che siano i fatti a parlare prima delle nostre idee; distinguere le notizie dalle opinioni, senza confonderle. Quando tutto diventa opinabile, quando vero e “vero-simile” si mescolano, il rischio è scivolare in un populismo delle emozioni: non conta ciò che è vero, ma ciò che sentiamo vero. Il senso critico, allora, non è giudizio immediato, ma capacità di sospendere la condanna, di comprendere il punto di vista dell’altro, senza rinunciare alla ricerca della verità.
Un altro nodo centrale ha riguardato il linguaggio.
Ogni comunicazione passa attraverso parole che non sono mai neutre: raccontano una visione del mondo e possono includere o escludere. Se il Vangelo è annuncio, allora anche il nostro modo di comunicare deve essere missionario: capace di adattarsi ai destinatari, ai contesti, ai canali. Non si tratta di semplificare il contenuto, ma di renderlo accessibile, evitando codici chiusi che parlano solo alla nostra bolla. Dalla riflessione è emerso un passaggio decisivo: non siamo solo fruitori passivi dell’informazione, ma soggetti attivi. Ogni condivisione, ogni parola, ogni silenzio contribuisce a costruire o a indebolire il clima pubblico.
