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Un seme buono per un tempo inquieto

Una “giornata particolare”: memoria, dialogo e responsabilità civile nel segno di un uomo che continua a generare futuro
21/02/2026 di Antonio Martino

Ci sono anniversari che non chiedono celebrazioni, ma discernimento. Non domandano nostalgia, ma responsabilità. Il centenario della nascita di Vittorio Bachelet si è aperto così, alla Sapienza Università di Roma, nel luogo in cui la sua vita venne spezzata dalla violenza terroristica e da cui, paradossalmente, continua a generare futuro. La prima giornata del Convegno a lui dedicato non è stata soltanto una commemorazione, ma una vera e propria giornata particolare: un intreccio di memoria e presente, di istituzioni e coscienze, di fede e democrazia, capace di parlare soprattutto a chi oggi avverte il peso dell’incertezza e della frammentazione.

A fare da prologo ai lavori è stato il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha restituito con sobrietà e nettezza la cifra umana e civile di Bachelet. «La Repubblica è grata a Vittorio Bachelet per la sua opera e il suo esempio», ha scritto il Capo dello Stato, ricordando un giurista e docente capace di coniugare studio e partecipazione, ricerca e servizio, fede e responsabilità pubblica. Un uomo che seppe abitare ruoli delicati senza mai smarrire il senso del limite, e che vide nel dialogo non una tattica, ma una forma esigente di fedeltà al bene comune.

Non è un richiamo astratto. Nella dichiarazione di Mattarella torna con forza il nodo decisivo della testimonianza di Bachelet: la convinzione che fosse l’ordinamento democratico, e non l’eccezione, a dover sconfiggere il terrorismo. Nessuna scorciatoia, nessun cedimento a misure straordinarie. Solo la fedeltà alla Costituzione come argine alla violenza. Un insegnamento che, a distanza di decenni, conserva una sorprendente attualità.

Seduto in prima fila nell’Aula Magna del Rettorato, il Presidente ha lasciato che fossero le voci della comunità accademica, ecclesiale e istituzionale a ricamare il senso di quella eredità (Interventi che vi invitiamo ad ascoltare integralmente o a leggere su questo sito, ndr). Ciò che è emerso, non è stato il ritratto di un eroe isolato, ma quello di un uomo profondamente inserito nel suo tempo, capace di leggere la complessità senza subirla.

Il dialogo, anzitutto. Non come parola consolatoria, ma come pratica faticosa della democrazia. È questo il filo che attraversa la memoria di Bachelet come presidente dell’Azione cattolica e come uomo delle istituzioni. In un tempo “inquieto e incerto”, è stato ricordato, egli seppe maturare una consapevolezza profonda dei conflitti che attraversano la società, scegliendo il confronto come strumento alto di mediazione e composizione. Ascolto e dialogo, non come rinuncia all’identità, ma come condizione di una vita democratica densa e vitale.

A colpire, nel racconto che lentamente ha preso forma, è stata soprattutto la cifra della mitezza. Non una mitezza debole o rinunciataria, ma una mitezza forte, capace di opporsi alla prepotenza senza assumere il linguaggio della violenza. È la mitezza di chi crede nelle persone, nelle istituzioni, nella democrazia, al punto da mettervi in gioco la propria vita. Una mitezza che diventa coraggio civile, responsabilità personale e collettiva, rifiuto radicale di ogni arroganza.

Il luogo stesso del Convegno ha contribuito a rendere questa lezione ancora più concreta. Qui, dove Bachelet fu ucciso al termine di una lezione, la sua figura è tornata a parlare come docente prima ancora che come vittima. Insegnare, è stato ricordato, non è mai un gesto neutrale: è un servizio allo Stato, perché formare cittadini consapevoli significa edificare il futuro della democrazia. Il sapere critico, il confronto culturale, la libera ricerca non sono orpelli accademici, ma pilastri di una società capace di decisioni complesse.

In questo orizzonte si comprende anche la sua esperienza al Consiglio Superiore della Magistratura. Bachelet concepiva le istituzioni come luoghi di servizio, non di affermazione personale. Il potere, per lui, non era mai fine a sé stesso, ma sempre misurato sulla capacità di tutelare e valorizzare la persona. Sobrietà, senso del limite, consapevolezza della provvisorietà dei ruoli: categorie che risuonano con forza in una stagione segnata da tensioni e delegittimazioni reciproche.

Ma la giornata ha restituito anche il volto più intimo e insieme più esigente di Bachelet: quello della “scelta religiosa”. Una scelta che non significò disimpegno, ma libertà. Superamento di ogni collateralismo politico, per affermare il primato del Vangelo come sorgente di responsabilità personale. Non un Vangelo trasformato in strumento di potere, ma una Parola capace di generare laicità autentica, rispetto delle istituzioni, servizio alla comunità. È in questo senso che la sua morte è stata definita “martirio laico”: non in odio alla fede, ma per la fedeltà alla città dell’uomo, abitata fino in fondo.

Nel corso della giornata è emersa con chiarezza anche la statura europea e riformatrice di Bachelet. Il suo europeismo, il rifiuto del mito della sovranità assoluta, l’attenzione alle trasformazioni dello Stato sociale parlano ancora a un Paese che fatica a tenere insieme pluralismo e coesione. Abituato al dialogo e al pluralismo, Bachelet non temeva il dissenso, ma lo considerava una risorsa educativa. Forse per questo, ieri come oggi, il suo stile appare spesso controcorrente rispetto a semplificazioni identitarie e polarizzazioni sterili.

A rendere ancora più eloquente il clima della giornata è stato il segno, discreto ma potente, di un confronto rispettoso tra posizioni diverse. Due amici, divisi oggi da scelte politiche opposte, capaci però di riconoscersi nella stima reciproca e nel sorriso finale. Un’immagine che vale più di molte parole e che sembra dare corpo a quel metodo del confronto e della conciliazione evocato dal Presidente della Repubblica.

Alla fine, ciò che resta non è soltanto il ricordo di una vita tragicamente interrotta, ma la consegna di una rotta. Bachelet amava parlare di navigazione in mare aperto: senza mappe perfette, ma con stelle luminose a orientare il cammino. È forse questo il dono più prezioso di questa “giornata particolare”: la certezza che la democrazia, la Chiesa, le istituzioni hanno ancora bisogno di uomini e donne capaci di mitezza forte, di responsabilità condivisa, di speranza operosa. Un seme buono, gettato allora, che continua a germogliare nel tempo inquieto di oggi.