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Truffelli: “Il coraggio della mitezza, lezione attuale per la democrazia”

Nel saluto inaugurale, il presidente dell’Istituto richiama l’eredità civile e spirituale di Vittorio Bachelet: responsabilità, dialogo e fiducia nelle istituzioni per costruire una società più giusta e solidale
20/02/2026 di Matteo Truffelli

Signor Presidente della Repubblica,

Signor Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura,

Magnifica Rettrice, Autorità tutte, 

Carissima famiglia Bachelet, Signore e signori,

Desidero anch’io sottolineare il grande onore e il profondo significato che la sua presenza, signor Presidente, rappresenta per l’Istituto intitolato alla memoria di Vittorio Bachelet.

Da molti anni, ormai, come dice il fatto che siamo giunti alla 46esima edizione del nostro annuale convegno, l’Istituto opera per tenere viva la memoria della figura esemplare di Vittorio Bachelete del contributo fondamentale che egli ha offerto alla vita del nostro Paese.

In tutti questi anni l’Istituto ha cercato di farlo sia attraverso lo studio e la valorizzazione della sua opera – che merita di esser fatta conoscere, in particolare, alle giovani generazioni – sia, e per certi versi soprattutto, promuovendo occasioni di analisi, approfondimento e confronto sulle principali questioni che interessano la società, le istituzioni democratiche, i processi culturali e politici in atto nel nostro Paese.

È questo, come è stato giustamente accennato da chi mi ha preceduto, anche il duplice intento del Convegno odierno: ricordare la testimonianza preziosa che ci viene offerta dalla vita, dal pensiero e dall’opera di Vittorio Bachelet per riconsegnare un patrimonio così bello e importante alla coscienza civile del nostro Paese. E, al contempo, ragionare insieme sulla responsabilità che quella lezione ci affida: comprendere meglio e più a fondo il nostro tempo, le sfide che esso pone e i segni di speranza che porta in seno, per capire come concorrere alla costruzione di una società più giusta, più umana, più libera e democratica, più pacifica e solidale. 

Lo faremo nella sessione di questo pomeriggio, con il contributo di prestigiosi relatori e relatrici, che ringrazio fin da ora, e lo faremo domattina, incentrando maggiormente l’attenzione sull’attività ecclesiale e sul lavoro intellettuale di Bachelet, sulla grande attualità di quell’impegno. Le due sessioni del Convegno sono in effetti strettamente connesse, poiché, come sappiamo, Vittorio visse in maniera profondamente unitaria le pur distintesfere della sua attività e del suo impegno: credente a servizio della città, giurista a servizio del bene comune. 

In tutte le dimensioni della sua esistenza Bachelet volle e seppesempre farsi portatore di speranza, con coraggio e con mitezza. O, potremmo anche dire, con il coraggio della mitezza. Come ebbe modo di dire il giorno dopo il suo barbaro assassinio l’amico fraterno di una vita, Alfredo Carlo Moro, infatti, «Vittorio era un uomo mite, ma non della mitezza dei deboli: della mitezza dei forti, di coloro cioè che hanno l’idea che debbano essere portatori e costruttori di pace con una ferrea tenacia».

Credo si possa dire che troviamo qui, nelle paroleutilizzate da Alfredo Carlo Moro, una delle chiavi più adeguate per leggere in profondità la straordinaria forza, e anche, aggiungerei, l’estrema attualità dell’insegnamento spirituale, morale e civile di Vittorio Bachelet.

In Bachelet, infatti, la mitezza (e il coraggio che la mitezza richiede per essere praticata) si rivela come il modo più adeguato di coltivare il senso autentico della democrazia e difenderne i delicati meccanismi. Mitezza non come “resa”, ma come ricerca costante del confronto, come rifiuto radicale della logica della prepotenza, e dunque come forma di lotta coerente contro ogni arroganza, ogni prevaricazione, ogni violenza. Come espressione, dunque, di responsabilità autentica nei confronti del bene comune. Una responsabilità che Vittorio pensò e visse sempre come responsabilità personale, ma anche come responsabilità collettiva, condivisa da tutte le cittadine e i cittadini. E infine mitezza come forma di coraggio. Il coraggio che occorre per credere veramentee fino in fondo nelle persone, per avere fiducia nell’umanità, e il coraggio che occorre per credere veramente e fino in fondo nella democrazia, nelle sue forme e nelle sue istituzioni, al punto damettere in gioco la propria vita, come fece Vittorio.

Mitezza, coraggio e responsabilità possono essere considerate,dunque, il cuore della lezione civile che Bachelet ci consegna. Così come rappresentano anche, con tutta evidenza, tratti caratteristici del suo operato in tutti questi anni, Signor Presidente. Di questo le siamo davvero profondamente grati.