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Testimoni corporali

Qual è l'equilibrio tra il valore dei Sacramenti (Eucaristia in primis) e il bisogno di linguaggi nuovi che incontrino i giovani dove si trovano realmente?
Rubrica: Pip
01/07/2026 di Emanuele Fant

Nel 2010 partecipai per interesse a un convegno a Roma dal titolo Testimoni digitali. Il primo Iphone era sul mercato da solo 3 anni e l’immersione negli schermi era una novità ancora da soppesare. La Chiesa iniziava a interrogarsi seriamente, con buon tempismo, su come abitare le nuove radure cibernetiche: la moltiplicazione dello spazio virtuale generava immensi nuovi campi di evangelizzazione che, a detta di molti, erano l’habitat naturale dei giovani. 

Devo ammettere che, dopo 16 anni, non ricordo una parola degli interventi. C’è solo un’immagine nitida stampata ancora nella mia memoria: la visita notturna alla Cappella Sistina concessa ai partecipanti; prima l’eccitazione comune sul pullman e poi il trionfo di quei corpi monumentali con drammi commoventi intrappolati nei muscoli.

Il breve episodio conferma una evidenza che ben conoscono docenti ed educatori: ciò che è disincarnato (in questo caso, le conferenze) rischia di scorrere tra i pensieri, per poi allontanarsi come un rivolo. L’esperienza, invece, si conficca indelebilmente nel vissuto perché non attiene solo alla memoria, ma anche al corpo: la possibilità di abitarla in modo tridimensionale la rende parte efficace di noi. 

Nell’epoca dell’entusiasmo digitale, ci siamo detti che dovevamo attrezzarci per dare l’assalto al far west virtuale, perché con “linguaggi nuovi” avremmo intercettato i giovani. Beh, dopo più di un decennio di sperimentazione, mi pare che l’alfabeto che abbiamo generato non sia memorabile: fragili religiosi influencer, siti parrocchiali un po’ tristi,  coreografie di chierichetti sull’altare; contenuti che quasi sempre diventano virali non per la qualità del messaggio, ma perché oggetto di sfottò da parte proprio dei presunti destinatari. 

Il podcast de il Chiostro condotto da Giuseppe Notarstefano


Mi piace pensare ai sacramenti (e anche alle esperienze démodé  della fede tradizionale) come a un polo di resistenza alla vaporizzazione dell’era digitale. Il cristianesimo ha sempre avuto molto chiaro che credere non è sublimare, ma una questione di vesciche (pellegrinaggi), condivisione di germi (scambio della pace), dialogo non virtuale (confessione). Se voglio rimodellare in modo inaspettato la mia conformazione, e vaccinarmi dal narcisismo, serve una alterità concreta che mi levi dello spazio, mi costringa a ricavarle una cavità ospitale. 

Credo che la crisi di interesse attuale verso i sacramenti si possa facilmente correlare allo strapotere dell’astrazione: abbiamo visto i vinili elevarsi a file, i libri perdersi nei tablet e abbiamo festeggiato librerie più sgombre e cartelle più leggere. Ora, inconsciamente, pretendiamo il corrispettivo nel campo spirituale: una nuova forma di rito immateriale che si prenda il disturbo di venire a intercettarci non oltre il nostro confine (“Perché devo andare in chiesa a confessarmi, se in cuor mio ho capito l’errore?”, “Perchè devo pagare l'albergo a Loreto, se la Madonna è anche qui?”, e via disincarnando). 

Una fede che trae linfa dall’incarnazione dovrebbe orientare le sue migliori energie nella difesa creativa degli spazi reali in via di estinzione dedicati al libero incontro, alla relazione non commerciale, quelli che il sociologo Ray Oldenburg chiama “terzi luoghi” (nè casa, nè lavoro).  

Gli oratori, le sale parrocchiali, i campi estivi hanno svolto egregiamente questo compito per decenni, mettendo in piedi formule di collaborazione gratuita tra generazioni che i più blasonati progetti di community participation si sognano. Ora, però, molte di queste formule hanno iniziato decisamente a scricchiolare. Pensare di attualizzarle smaterializzando il canale della loro diffusione (dal volantino al profilo Tik Tok) è un abbaglio. La sfida è probabilmente di segno opposto: rituffare le dita nell’impasto reale.

All’educatore che volesse rinfrescare il suo stile di comunicazione con i giovani, consiglio di uscire a comprare della vernice verde salvia per ridipingere le pareti della sala polifunzionale in modo sorprendente. Può anche sostituire il calcetto sfondato con una libreria di legno chiaro che contiene racconti young adult da leggere insieme. Se proprio vuole esagerare, può abolire il sermone di fine giornata in favore di un dibattito aperto intorno a una domanda di cui nemmeno lui conosce  la soluzione. Questa è vera comunicazione rinnovata: la postura di un adulto che sa stare senza timore di fronte a tutta la realtà. 

Per questa strada, il linguaggio incarnato è una credibile prefazione al sacramento, e non c’è più bisogno di scegliere se parteggiare per l’uno o per l’altro. E quando saremo ancora lusingati dalla smaterializzazione, torneremo a visitare Michelangelo e la sua religione di corpi. Investiamo sul rischio della loro frizione, unica premessa davvero imprescindibile alla Comunione.