Una volta si tornava a scuola il primo ottobre. Era il giorno dei “remigini”, da san Remigio santo ricordato in quella data, ed era così per tutti gli studenti e le studentesse d’Italia. Poi la data, dal 1971, è iniziata a retrocedere, fino ad arrivare intorno a metà mese. Ma in molti istituti dell’Emilia-Romagna quest’anno l’anticipo è stato molto più cospicuo. Scuole aperte a inizio settembre, grazie al progetto che Manuela Rontini, Sottosegretaria alla Presidenza della Giunta della Regione Emilia-Romagna, ha accettato di raccontare e di analizzare a poche settimane di distanza.
Come è nata l’idea della sperimentazione delle cosiddette “scuole aperte” della Regione Emilia-Romagna dal 31 agosto al 14 settembre? Quali e quanti istituti sono stati coinvolti da questa sperimentazione?
«E’ nata da un’esigenza molto concreta di tantissime famiglie che faticano a conciliare i tempi di vita e quelli lavorativi, in particolare nelle prime due settimane di settembre, quando terminano i centri estivi e non è ancora iniziato l’anno scolastico.
È stata un’intuizione molto felice dell’assessora alla Scuola, Isabella Conti, che il presidente Michele de Pascale ha immediatamente raccolto e fatto propria. Siamo partiti in 143 istituti in 40 Comuni con un’adesione di oltre 8mila bambine e bambini e ci siamo dati un principio di base imprescindibile: non volevamo realizzare un servizio di custodia dei ragazzi, ma rendere la scuola un presidio educativo e sociale anche quando le lezioni sono sospese».
Come si è svolta, nella pratica, questa esperienza? Quali sono stati gli addetti coinvolti e su quale base?
«Innanzitutto chiariamo subito che non è stata un’apertura anticipata dell’anno scolastico e non sono stati coinvolti insegnanti o addetti ATA, chiamati a riprendere servizio prima dell’inizio delle lezioni. Abbiamo scelto un modello completamente diverso, proponendo attività extrascolastiche affidate a personale educativo esterno al normale organico scolastico, con un calendario di attività organizzato dai Comuni e dai soggetti del territorio. Qualche esempio: laboratori sportivi o creativi, attività scientifiche, corsi di lingua, incontri con il coinvolgimento di ragazze e ragazzi con disabilità. Sono stati coinvolti educatrici ed educatori extrascolastici, istruttori e operatori specializzati, realtà ed enti del Terzo settore».
Quale è stato, nel concreto, il ruolo della Regione?
«Abbiamo finanziato il progetto con 3 milioni di euro e
l’abbiamo coordinato, coinvolgendo i Comuni e i territori. E soprattutto lo
stiamo monitorando, perché non sarà un’esperienza isolata: abbiamo promosso un
percorso partecipativo con famiglie, Comuni, scuole, Terzo settore e
organizzazioni per individuare criticità, bisogni e possibili miglioramenti in
vista dell'estensione del progetto, dal 2027, all’intero territorio regionale».
A distanza di qualche settimana quale bilancio, in prima battuta, si può trarre? Quali aspetti positivi e quali eventuali criticità avete riscontrato?
«Siamo partiti da zero, un’esperienza praticamente inedita a livello nazionale. La risposta è stata più che positiva, molto incoraggiante nei numeri. Siamo certi di aver intercettato un bisogno concreto delle famiglie, ma consapevoli che andrà migliorata e perfezionata, cosa che vogliamo fare con l’aiuto e il contributo di tutti. Però, questa è la strada giusta: quella della socialità, dell’inclusione, di una soluzione concreta per le famiglie che si trovano a dover gestire un intervallo che anche economicamente rappresenta un peso molto rilevante in tempi di crisi come quelli attuali».
Infine c’è anche un obiettivo di medio periodo, ovvero pensate di riproporre questa idea? Ed eventualmente sperate di essere stati apripista per altre esperienze di questo genere?
«Sì, vogliamo non solo riproporla, ma trasformarla in una misura strutturale. Non si tratta soltanto di ripetere l'esperimento, ma di costruire un servizio stabile, migliorandolo sulla base dell'esperienza maturata. E abbiamo anche l'ambizione di dimostrare che un modello di questo tipo può essere replicato, con gli opportuni adattamenti, anche in altri territori, facendo da apripista per un modo nuovo di intendere il rapporto tra scuola, famiglie e territorio».