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Revisionare la Costituzione è una cosa seria

Mettere mano alla Carta significa ritrovare lo spirito costituente, per fornire un buon servizio alla Costituzione stessa.
05/03/2026 di Alberto Randazzo

Premessa
“Sì o no, questo è il problema”, potrebbe chiedersi un novello “Amleto” di questo tempo; eppure, la questione che si pone all’attenzione dei cittadini italiani ha radici più profonde che sono da cogliere – “a monte” – nel senso e nella serietà dell’istituto della revisione costituzionale voluto dal nostro Costituente e previsto all’art. 138 Cost. È su questi aspetti che intendo offrire qualche spunto di riflessione.

Il rischio che tradizionalmente corre il referendum (costituzionale o abrogativo) è quello di favorire le polarizzazioni e l’espressione di un voto non del tutto consapevole (o, addirittura, inconsapevole). Senza voler generalizzare e giudicare, è innegabile che un’alta percentuale di coloro che si recano alle urne esprimano la propria preferenza sulla base di ragioni più politiche che tecniche. Ciò che si intende dire è che, anche inconsciamente e in totale buona fede, spesso si è portati ad esprimere un “sì” o un “no” sulla base di quanto sostenuto dalla forza politica per la quale si simpatizza. Ecco perché, a maggior ragione, appare necessario «conoscere per deliberare» (L. Einaudi), anche al fine di «non identificare mai se stessi o i propri interessi, o anche le proprie idee, con il bene comune» (V. Bachelet).
Se si vuole davvero offrire un buon servizio alla democrazia, occorre partecipare alla vita del Paese e farlo in modo consapevole.

Cenni al procedimento di revisione costituzionale
Come disse il costituente Rossi, nella relazione svolta in II sottocommissione, «è comune a tutte le dottrine politiche moderne il concetto che una Costituzione non può essere immodificabile». I nostri padri fondatori, infatti, erano coscienti dell’importanza di consegnare al popolo italiano una Costituzione che fosse in grado di durare nel tempo, che scacciasse definitivamente i fantasmi del passato, ma che potesse essere aggiornata qualora fosse stato necessario. Anche per questo aspetto la Carta si pose in netta discontinuità con l’epoca precedente, quando vigeva lo Statuto albertino che si considerava «Legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile».

Si diede vita, allora, ad una Costituzione “rigida” che non potesse essere «derogata con una legge ordinaria, ma attraverso una riforma che, secondo i vari sistemi escogitati, [fosse] votata per referendum, o sottoposta da una maggioranza qualificata, o approvata da una Assemblea Nazionale formata dalle due Camere riunite, dove le due Camere esistono» (Rossi). Come venne rilevato, però, nessuno di questi sistemi sarebbe stato esente da problemi. Ad esempio, a proposito del ricorso al referendum (quale unico strumento di modifica della Carta), il costituente sopra richiamato fece notare che esso rischiasse di «rispondere ad istanze passionali e fugaci, piuttosto che a sicure esigenze politico-sociali, e rappresentare il prodotto di una concitazione momentanea, piuttosto che l’epilogo di una duratura e meditata volontà». Com’è evidente, queste parole non perdono di attualità nella presente congiuntura.

Così, in estrema sintesi, si escogitò una procedura che potesse conciliare le varie esigenze emerse: una doppia deliberazione delle due Camere, a distanza non minore di tre mesi, con la possibilità di richiedere il referendum (tranne nel caso in cui “la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”: art. 138 Cost.).
I passaggi ora accennati rendono “aggravato” questo procedimento rispetto a quello di formazione della legge ordinaria e, appunto, dotano di “rigidità” la nostra Costituzione, connotato che è dato anche dal fatto che la Carta non è modificabile in tutte le sue parti: la forma repubblicana (v. art. 139 Cost.) e i principi fondamentali (come ha detto la Corte) non possono essere intaccati. Il punto meriterebbe un approfondimento che però non può essere di qui.

Perché revisionare la Carta? Il punto dolente…
La necessità di revisionare la Costituzione è data dal fatto che quest’ultima, con l’inesorabile trascorrere del tempo, deve sapersi adattare ai mutamenti (e quindi alle condizioni, agli interessi e ai bisogni) del contesto sociale al quale essa si deve applicare.

Sebbene la nostra Costituzione sia attraversata da un dinamismo interno che l’ha resa e la rende un “processo” (cfr. A. Spadaro) capace di stare al passo con i tempi (grazie anche ai principi fondamentali, le cui formule “elastiche” sono state in grado di offrire copertura a valori e a diritti “nuovi” considerati meritevoli di tutela), com’è ovvio, questa capacità di adattamento incontra dei limiti cosicché, talvolta, si rende necessario intervenire sul dettato costituzionale affinché quest’ultimo, in quelle parti che appaiono superate, venga modificato e “allineato” al sentire sociale. Ma proprio questo è il punto dolente.
Occorre infatti chiedersi se tutte le revisioni della Carta che si sono avute o sono state tentate nella storia repubblicana siano state il risultato di un attento ascolto della società e dei suoi bisogni. Sia consentito esprimere qualche dubbio in merito. Ciò che spesso accade, infatti, è che le modifiche della Carta sono il frutto di scelte politiche della maggioranza di turno, la cui rispondenza nel tessuto sociale sarebbe tutta da dimostrare.

Come in altra sede mi sono trovato a dire, la Costituzione è costantemente attraversata da moti riformatori che, a mo’ di “fiumi carsici”, fanno capolino in superficie per poi, in alcuni casi, scomparire nuovamente. In poche parole, in alcuni casi il tentativo di modifica si riesce a portare più avanti (a prescindere dal fatto che vada a buon fine) ed altre volte si arresta prima. Ciò che è certo è che quasi sempre le forze politiche di maggioranza si fanno promotrici di revisioni costituzionali sia al fine (non dichiarato) di mettere la propria “firma” sulla “fonte delle fonti” (la Costituzione, appunto) sia, soprattutto, per rendere quest’ultima il più possibile aderente alla propria visione politica.

A quanto detto si aggiunga che il procedimento previsto dalla Carta costituzionale è tale che, ieri come oggi, non è esclusa l’eventualità di revisioni della Carta stessa da parte delle sole forze politiche di maggioranza. In questo quadro, al referendum di cui all’art. 138 Cost. è comunemente riconosciuta una valenza oppositiva, anche se non di rado le stesse forze maggioritarie lo hanno strumentalmente piegato (e lo piegano) a finalità confermativa. Tuttavia, la funzione dell’istituto referendario – espressione immediata e genuina di democrazia – viene sovente svilita, per un verso, dall’allarmante dato dell’astensionismo (si consideri che non è previsto alcun quorum di validità) e, per altro verso, dalla scarsa consapevolezza in merito all’oggetto del voto, soprattutto quando lo stesso ha un carattere molto tecnico che accentua ulteriormente la politicizzazione della scelta dei partecipanti alla consultazione popolare.
Ecco perché, quando si tratta di modificare la Costituzione, occorre prendere coscienza della «serietà dell’ora presente» (come disse ad altro proposito Pio XII).

Osservazioni conclusive
In conclusione, il rispetto della procedura prevista dalla Costituzione non sembra sufficiente a garantire il senso profondo della scelta di revisionare la Carta fondamentale. Quest’ultima, infatti, è detta “convenzionale” in quanto, come si sa, è il frutto di un mirabile incontro di volontà tra le forze politiche (fra loro molto diverse) presenti in Assemblea Costituente. Allo stesso modo, sarebbe per lo meno auspicabile che le modifiche della Costituzione, per un verso, rispondano ad esigenze diffusamente avvertite (ma questo è possibile dirlo se venisse svolto un attento e preliminare ascolto del popolo, anche grazie all’opera dei corpi intermedi, oggi in grave crisi); per un altro verso, sarebbe particolarmente opportuno che alla revisione del dettato costituzionale partecipasse attivamente le opposizioni presenti in Parlamento.

Non si trascuri, poi, che la mancanza di un’ampia condivisione sulle modifiche della Carta e l’uso di toni troppo accesi indeboliscono la Costituzione, fanno perdere tutti (promotori e oppositori della revisione) e creano anche lacerazioni nella collettività, a danno della coesione sociale che è invece un valore da preservare e custodire con cura.
Quando si vuole “metter mano” alla Carta, è allora fondamentale fare il possibile per riprodurre, anche a distanza di anni, lo “spirito costituente” (o «repubblicano» per dirla con A. Ruggeri) e, in definitiva, per fornire un buon servizio alla Costituzione stessa.

Ormai da troppi anni, purtroppo, le forze politiche che si sono alternate al governo (dei diversi orientamenti) sono invece apparse preoccupate di modificare la Costituzione con l’«idea della forza» (ossia a “colpi di maggioranza”) anziché con la condivisione e la «forza delle idee» (cfr. G. Silvestri).

La tristezza che accompagna queste considerazioni finali non può però prevalere sulla speranza che le cose possano cambiare.



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