Fino a questa estate, vivevo tutto in modo piuttosto naturale. Non mi facevo troppe domande: prendevo quello che arrivava e andavo avanti. La quotidianità aveva un suo equilibrio, anche quando era faticosa. Poi qualcosa si è spezzato.
La
morte improvvisa di mio zio Tato ha cambiato tutto. È stata veloce,
inaspettata e ingiusta. E da quel momento la mia vita – la nostra
vita familiare – è stata come spazzata via. Le priorità si sono
ribaltate: alcune mattine, la conquista più grande è riuscire ad
alzarsi dal letto senza pensarci troppo. Sperare di aver dormito
almeno un po’, di non aver fatto un incubo che poi ti resta addosso
per tutto il giorno.
Negli
ultimi giorni, mio zio portava dentro un conflitto grande, anche se
non sempre si vedeva. Eppure, ogni volta che qualcuno gli chiedeva
“come stai?”, lui rispondeva: “Benone!”, con una luce negli
occhi che non era finzione. Era qualcosa di più profondo, difficile
da spiegare. Oggi mi torna spesso in mente: com’è possibile tenere
insieme il dolore e quella luce?
Il
conflitto più grande che vivo ora è proprio questo: continuare a
vivere mentre qualcosa dentro di me si è fermato. Da una parte sento
il bisogno di andare avanti, di non perdere il ritmo, di non deludere
le aspettative. Dall’altra c’è un dolore che non si lascia
mettere da parte, che torna nei momenti più imprevedibili e mi
costringe a fermarmi.
Anche
la mia famiglia sta cambiando attorno a questo vuoto. Ognuno reagisce
a modo suo, e non sempre riusciamo a capirci. Ci sono silenzi che
pesano, emozioni che non sappiamo nominare, fragilità che emergono
proprio quando avremmo bisogno di sentirci più forti insieme. E lì
nasce un altro conflitto: il desiderio di essere presente per gli
altri e, allo stesso tempo, la fatica di reggere me stessa.
In tutto questo, la quotidianità fatica a ripartire davvero. La scuola, che prima era semplicemente parte delle mie giornate, ora è diventata un peso. Mi mette ansia, mi sembra spesso insostenibile, come se mi chiedesse energie che in questo momento non ho. E qui entra un’altra tensione che mi porto dietro da tempo: l’ansia. È una forza ambigua. Da un lato mi spinge a fare, a non mollare. Dall’altro mi esaurisce, soprattutto ora che sono già fragile.
La
crisi c’è. È reale. E negarla non serve. Ci sono giorni in cui
tutto sembra troppo: il dolore, le aspettative, il futuro che appare
confuso. A volte mi chiedo dove sia Dio in tutto questo, se abbia
senso cercarlo proprio qui, in mezzo a una fatica così concreta e
poco “ordinata”.
Eppure,
è proprio qui che sto provando a imparare qualcosa. Non a risolvere
il conflitto, ma ad abitarlo. Non sempre ci riesco. Ci sono giorni in
cui vorrei solo tornare a prima. Ma ci sono anche piccoli momenti in
cui capisco che restare, senza scappare, è già un modo per
attraversare.
Forse
è questo che mi ha lasciato anche mio zio: l’idea che si possa
avere dentro una lotta grande e, allo stesso tempo, non perdere del
tutto quella luce. Non perché vada tutto bene, ma perché si
sceglie, in qualche modo, di non smettere di stare nella vita.
Oggi
il conflitto è parte della mia vita. Non l’ho scelto, ma posso
scegliere come viverlo. E, passo dopo passo, sto provando a restare.
Anche qui.
