Questa riflessione – come le altre apparse in questo portale – non intende proporre un orientamento di voto sulla riforma costituzionale che saremo chiamati ad approvare o respingere con il referendum. La valutazione che si intende proporre riguarda l’analisi delle dinamiche sistemiche che sono in atto nel dibattito sulla riforma costituzionale.
Il punto di partenza è il metodo. Si potrebbe obiettare che, nel segreto dell’urna, conta solo il contenuto della riforma costituzionale proposta. Eppure, ignorare la genesi di una modifica costituzionale non è un esercizio di purismo tecnico. Il metodo con cui sono approvate le riforme costituzionali – come testimonia la storia repubblicana – incide sul recepimento delle modifiche della Carta. In questo senso, la riforma in discussione rappresenta un unicum nella storia repubblicana: è una proposta di iniziativa governativa, approvata dalla maggioranza parlamentare senza che il testo abbia subito alcuna modifica nel corso del rapido dibattito parlamentare. Siamo dunque di fronte, incontrovertibilmente, ad una revisione costituzionale “di parte”. Tale circostanza non implica un’aprioristica preclusione valutativa nel merito della proposta, ma spiega le distorsioni a cui stiamo assistendo in questa campagna referendaria.
Il dibattito pubblico appare infatti viziato da un forte pregiudizio. Le forze politiche hanno trasformato la consultazione in un plebiscito sulla magistratura: votare a favore o contro un potere dello Stato. La questione centrale — ovvero se la proposta di riforma del governo autonomo dei giudici sia preferibile all’assetto vigente — è stata espulsa dalla discussione. Si è fatto in modo che tale interrogativo non fosse neppure posto, riducendo il referendum costituzionale ad uno scontro muscolare tra poteri. Mentre il panorama istituzionale è apparso sempre più frammentato e polarizzato, la società civile (o almeno una parte di essa) si è impegnata a promuovere dibattiti con esperti e studiosi per far maturare la coscienza critica e per richiamare ogni cittadino alla responsabilità di una scelta consapevole.
Qualunque sia l’esito, il bilancio per il Paese sarà negativo. Quella che avrebbe dovuto essere un’occasione di alta riflessione sul bilanciamento dei poteri, si è degradata in una competizione delegittimante. Non ne esce rafforzata l’autorevolezza della magistratura, inevitabilmente esposta; né quella della politica, che ha mostrato una preoccupante fragilità nella necessità di individuare un “nemico” istituzionale e di rivendicare un primato rispetto agli altri poteri. L’unica certezza è che, dopo il 24 marzo, ci si troverà un Paese in cui la conflittualità istituzionale è stata esasperata.
Dinanzi a tale scenario, l’interrogativo sulla partecipazione al voto è d’obbligo. È ancora utile recarsi alle urne? La risposta, ponderata con serietà civica, penso debba essere affermativa. Anzitutto perché non vi è quorum di validità e, pertanto, chi non vota subisce la decisione altrui. Inoltre, mi sembra che, in un’epoca segnata dal calo dell’affluenza, una risposta popolare significativa sia essenziale. A fronte di un dibattito così polarizzato, un’alta affluenza potrebbe essere una (magra) consolazione, ricordando alle istituzioni che i cittadini non sono spettatori passivi e che la modifica delle regole costituzionali richiede un radicamento profondo nella società.
Il quadro generale rimarrà critico, ma lo sarà un po’ meno se i cittadini decideranno di esprimersi, andando oltre chi ha monopolizzato il dibattito e ne strumentalizzerà il risultato. La partecipazione non assolve dalla responsabilità politico-costituzionale di chi ha ridotto questioni di fondo a mera tattica politica — tema su cui sarà necessario tornare dopo il 24 marzo — ma restituisce ai cittadini l’ultima parola sulla modifica della propria Costituzione. La ferita di questo dibattito referendario è già stata inferta e il voto non la curerà, a prescindere dall’esito della consultazione. E questa considerazione, in un tempo di incertezze geopolitiche e fragilità sociali, non può che farci alzare il livello di attenzione sullo stato di salute della nostra democrazia.
