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Raccontare. Se la guerra finirà

La guerra non finisce con le bombe: continua nelle vite spezzate di civili e profughi. Raccontarla significa restare lì, dove diventa crisi umanitaria permanente.
03/03/2026 di Nello Scavo
Questo articolo è stato pubblicato su 

Raccontare una guerra non significa inseguire il fronte più rumoroso o l’immagine più violenta. Significa stare dentro le conseguenze, seguire ciò che accade alle persone quando l’attenzione mediatica si sposta altrove. In Ucraina come a Gaza, in Libia come nel Mediterraneo centrale, la guerra non finisce con l’ultima esplosione: continua nelle case distrutte, nei rifugi improvvisati, nei campi profughi, lungo le rotte della fuga. È lì che il conflitto cambia forma e diventa una crisi umanitaria che dura anni. Il giornalismo di guerra è giornalismo di prossimità. 

Guardare le cose ad altezza d’uomo, dare contesto ai fatti, ricostruire le catene di responsabilità. Senza questo lavoro restano solo frammenti: un bombardamento a Kiev, una strage a Gaza, un naufragio al largo della Libia. Eventi scollegati che non spiegano. Raccontare – in realtà preferirei dire “descrivere” – significa invece mostrare come quelle immagini siano parte di una stessa crisi più ampia, che trasforma i civili in sfollati, profughi, migranti forzati, spesso senza possibilità di ritorno. 

Kiev, Gaza, Libia, Mediterraneo... In Ucraina la guerra ha prodotto milioni di persone in movimento, famiglie separate, città svuotate. Esserci significa seguire anche ciò che accade dopo la fuga: l’attraversamento delle frontiere, l’accoglienza temporanea, i centri sovraffollati, l’incertezza che dura anni e non coincide con il tempo dell’emergenza. A Gaza il conflitto si traduce in una crisi umanitaria permanente, dove l’assedio, la distruzione delle infrastrutture civili e la mancanza di vie di fuga rendono ogni giorno una questione di sopravvivenza. In Libia la guerra è diventata sistema: detenzioni arbitrarie, violenze sistematiche, traffici di esseri umani che prosperano nel vuoto di responsabilità. Nel Mediterraneo centrale tutto questo riemerge sotto forma di barconi, naufragi, corpi senza nome. Non sono storie diverse: sono capitoli della stessa narrazione. 

Il rischio, per chi racconta, è l’assuefazione. Siamo travolti da una sequenza infinita di emergenze che sembrano equivalersi. Descrivere una crisi significa distinguere, spiegare, tornare sulle cause. Significa mostrare come le decisioni politiche e militari producano effetti concreti sulle persone: corridoi umanitari che non si aprono, confini che si chiudono, accordi che esternalizzano le frontiere e rendono invisibili i profughi, trasformando la protezione in respingimento. I migranti non sono un effetto collaterale delle guerre: ne sono una parte strutturale. Documentare lo spartito del conflitto in Ucraina senza seguire chi attraversa l’Europa, Gaza senza dare voce agli sfollati, la Libia senza entrare nei centri di detenzione, il Mediterraneo senza i nomi e le storie di chi muore in mare, significa fermarsi alla superficie. È lì, invece, che la guerra rivela la sua durata reale, molto più lunga del tempo delle armi e delle dichiarazioni ufficiali. Chi lavora sul campo sa che non esistono supereroi. I giornalisti non sono immuni dalla paura, dalla stanchezza, dal senso di impotenza. 

La paura non è un limite da nascondere: è uno strumento che aiuta a capire quando fermarsi, a leggere i segnali, a non confondere il coraggio con l’incoscienza. Raccontare guerre e migrazioni significa anche dichiarare il proprio punto di osservazione, senza fingere neutralità dove ci sono esseri umani in pericolo. Dare voce ai civili, ai profughi, a chi attraversa più frontiere senza sapere se arriverà mai in un luogo sicuro, non è un gesto di compassione. È un atto di precisione giornalistica. Perché è lì, tra Ucraina, Gaza, Libia e Mediterraneo centrale, che la guerra mostra la sua verità più duratura. Esserci non è facile. Alcuni non tornano. Altri tornano cambiati per sempre. Perché farsi prossimo con il taccuino in mano, come diceva papa Francesco, è allo stesso tempo «una vocazione e una missione, più che una professione»

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Nello Scavoinviato speciale di Avvenire, tra i più esperti e premiati corrispondenti di guerra italiani.