Al termine del lungo viaggio apostolico di papa Leone nel continente africano, ricorderemo tre momenti salienti. Apparentemente distanti, ma incredibilmente connessi.
Ricorderemo il vile attacco del presidente Trump, sul fatto che il Papa non deve interessarsi di politica, come se la questione “pace nel mondo” non sia un affare politico. Ricorderemo l’arruffato attacco del vicepresidente Vance, quando ha consigliato al Papa di pensare bene a quando parla di teologia. Ricorderemo l’ennesimo vocabolario della “guerra giusta” che per fortuna, oggi, non ha più valore per la Chiesa cattolica, come ricordano i documenti del Concilio Vaticano II e il catechismo stesso della Chiesa cattolica. Non c’è mai una “guerra giusta”. Mai e poi mai. Semmai un’accettazione della legittima difesa. E ricorderemo come Leone sia, come lo sono stati i suoi predecessori, un’autorità morale che parla a tutti i popoli del mondo, una spanna più alta dei vari commander in chef che purtroppo abbondano di questi tempi a ogni latitudine. Facendo danni infiniti.
Ricorderemo
un anno dalla morte di papa Francesco. E la sua tenerezza. E la sua
misericordia. Lo ha fatto Leone durante il suo viaggio con una
Lettera
inviata al Decano del collegio cardinalizio, card. Re. «La morte non
è un muro, ma una porta che si spalanca sulla Misericordia che papa
Francesco ha instancabilmente annunciato». «Il suo magistero –
continua Leone – è stato vissuto da discepolo-missionario, come
amava dire. È rimasto discepolo del Signore, fedele al suo
Battesimo e alla consacrazione nel ministero episcopale, fino alla
fine. È stato anche missionario, annunciando il Vangelo della
misericordia “a tutti, a tutti, a tutti”, come ebbe a dire più̀
volte». Francesco ha spronato la Chiesa a essere aperta alla
missione, una Chiesa “in uscita”, familiare, amicale, aperta alla
misericordia, alla pace, alla fratellanza. Una Chiesa ospedale da
campo.
Ricorderemo, sempre sui passi di Francesco, il monito di Leone contro l’economia che uccide, soprattutto in terra d’Africa. Durante il suo viaggio ha spesso denunciato «una speculazione connessa al bisogno di materie prime, che sembra far dimenticare esigenze fondamentali come la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro, la tutela della salute pubblica». Parole chiare. Il sacco d’Africa è anche la «colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli». Eppure l’Africa è ricca di materie prime. Petrolio, gas, con un sottosuolo ricco di oro, zinco, diamanti, uranio, coltan e sfruttato dalle multinazionali. Eppure in Africa regna la povertà. E ancora altre parole chiare: l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale.
Ricorderemo quando ha detto che l’Africa possiede tesori non vendibili, né derubabili. E, allo stesso tempo, quando ha ricordato che l’Africa è per il mondo intero una riserva di gioia e di speranza. Definendo la gioia e la speranza “virtù politiche”, in particolare per i giovani: «Senza gioia non c’è rinnovamento; senza interiorità non c’è liberazione; senza incontro non c’è politica; senza l’altro non c’è giustizia».
Ricorderemo questo viaggio e lo conserveremo nel nostro cuore. La via della speranza è la certezza di chi non si accontenta della guerra come unica via per la pace.
