I tanti ricordi di Mansueto passano ora al vaglio del mio cuore. Per me lui era un padre. E lo era per tutti noi assistenti: io, Toni, Marco e Michele. Con lui eravamo veramente un “collegio assistenti”. Con lui abbiamo fatto un po' famiglia; ci incontravamo regolarmente su al quarto piano. In quell’ultima riunione, nel marzo 2016, ci comunicò con piena franchezza la sua malattia grave, il ricovero imminente e l’operazione. Io, a nome di tutti, gli dissi di getto: “Noi siamo pronti, puoi contare su di noi”. Poi lo abbiamo assistito per quattro mesi e mezzo, notte e giorno.
Cosa resta di lui nella nostra vita e nell’esperienza di tutta l’associazione? Quali suoi doni rimangono ancora luminosi nel cuore di tanti di noi?
Resta, innanzitutto, la sua passione per la Parola. Era un fine biblista; esperto soprattutto dell’Apocalisse. Analizzava i testi fin nei dettagli. Ma, quello che noi abbiamo visto era il suo amore per la Scrittura. Quando predicava suscitava emozioni. Viveva in sé quello che aveva già scritto Papa Francesco: “Chiunque voglia predicare, prima dev’essere disposto a lasciarsi commuovere dalla Parola… deve accettare di essere ferito per primo da quella Parola che ferirà gli altri” (EG 150). Mi incoraggiava a leggere la bibbia nelle lingue originali e lodava i miei passi incerti.
Resta il suo percorso umanissimo degli ultimi mesi, del quale siamo testimoni noi assistenti. La malattia lo aveva scombinato. Anche lui è stato spogliato di tutto. Aveva paura del dolore. Soprattutto, come ci ha confidato negli ultimi giorni, quando già si era serenamente affidato: “Ho avuto paura che il tumore potesse ribaltare tutto l’impianto della mia vocazione”. In questo travaglio, si è risolto dopo aver ricevuto l’Unzione degli infermi, che ha vissuto come una grazia. Infine, pensando alla morte, è arrivato alla sua personale confessione: “Ti amo, Gesù, da peccatore ma ti amo”. Non ha rifiutato il dolore. Non l’ha neppure sublimato in uno spiritualismo non umano. L’ha attraversato tutto fino a giungere all’affidamento: “Padre mio, mi abbandono a te. Fa di me ciò che tu vorrai” (C. de Foucauld). Nel suo percorso finale egli è diventato più umano, più vicino, empatico e compassionevole. Questo è l’esito, infatti, di ogni nostro verace cammino di fede: diventare umani.
Resta soprattutto la testimonianza finale, per lui una grazia che lo ha aiutato a vivere gli ultimi giorni, per me un grande dono, per l’intera associazione la conferma di una strada intrapresa. Di Mansueto resta quel luminoso momento, di grande intensità spirituale, vissuto una settimana prima di morire. Il medico gli aveva dato la notizia delle dimissioni che lui accoglie con gioia. Forse un po’ si illude anche. Ma il dialogo del pomeriggio con il medico curante lo riporta presto alla realtà. Intanto, quello è tempo di gioia: finalmente si torna a casa dopo quattro mesi di “prigionia” in ospedale. Gli viene in mente il salmo 125: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion ci sembrava di sognare, allora la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di canti di gioia”. Me lo recita a memoria col sorriso sulle labbra. Poi dice allegro: “Allora che si fa? Si recitano i vespri?” (da toscano usava spesso l’impersonale!). Come era abitudine, in quei mesi di malattia, noi assistenti leggevamo la preghiera e lui ascoltava. Arrivo al primo salmo: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri …”. Finito di leggerlo, alzo gli occhi e lo vedo piangere: “Scusa, è la prima volta che piango in questi mesi”. Gli dico: “Ma lo sapevi che c’era questo salmo?”. “Non lo sapevo che c’era. Grazie Signore, grazie”. In quel luminoso istante, la Parola era diventata vita nell’esperienza di Mansueto, che tornava a casa ricondotto dalla prigione dell’ospedale. Lui, amante della Parola, ha colto, in quella coincidenza, una speciale vicinanza del Signore che lo ha sostenuto fino alla pienezza dell’incontro con lui.
In quegli anni, tanto avevamo studiato e indagato su quello che ritenevamo il nucleo della vita spirituale: l’intreccio tra la Parola e la vita. Questa incessante ricomprensione della nostra esistenza, e della situazione attuale del mondo, alla luce della Parola. La scrittura parla quando tocca la vita, o, meglio, la scrittura diventa Parola di Dio quando entra nel cuore, ci emoziona e ci spinge ad agire. Quando la Parola illumina la vita, quando ci riconosciamo nel testo letto o ascoltato, allora tutto si ricompone, scompare la paura e scendono lacrime di gioia. Allora si può andare avanti, si può vivere anche quel passaggio che ci sembrava così arduo. Questo ha vissuto e ci ha mostrato Mansueto. Era pieno di gioia perché tornava a casa. Ma immagino anche qualcosa di più: dopo aver ascoltato quella Parola, forse, ha pensato ad un’altra casa, quella che di lì a poco avrebbe abitato per sempre. E che quel passaggio difficile e imminente, ora, si poteva anche fare, tanto di là avrebbe trovato il suo amico Gesù.
Cari amici, ho scelto di parlarvi di Mansueto a partire dalla mia personale esperienza. La mia intenzione è stata quella di suscitare in voi ricordi ed emozioni perché la sua vita continui a portare frutto oggi dentro e fuori l’Azione cattolica.
