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Prima persona plurale

Accompagnare con fiducia, servire con fedeltà. Il Racconto della plenaria ACR a Riccione.
17/12/2025 di Fabrizia Savina | No comments yet

Quella del “noi” è la chiave con cui gli educatori dell’ACR hanno letto il proprio servizio nell'associazione e nella Chiesa nella mattinata di sabato 6 dicembre. Sono arrivati a Riccione con un bagaglio di riflessione già avviato, grazie a un taccuino che li ha accompagnati nelle settimane che hanno preceduto il convegno. Uno strumento personale per narrare di sè, attraverso il quale gli educatori sono tornati con il cuore e la preghiera ai momenti salienti della propria storia di servizio, alle persone di cui il Signore si è servito, al modo in cui la comunità si è fatta prossima nel cammino personale e nei momenti di fatica. La riscoperta della propria vocazione nella veglia della serata di venerdì ha dato poi senso e coerenza alle riflessioni fatte.

Il contributo di “Prima persona plurale” si è inserito in questo solco, grazie alla presenza preziosa della professoressa Elena Marta, docente di Psicologia sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, e di don Cristiano Passoni, Assistente unitario di Azione Cattolica della diocesi di Milano e da anni formatore attento al mondo degli educatori e dei giovani, che ci hanno aiutati ad approfondire come la fiducia e la fedeltà traccino il percorso lungo il quale il servizio educativo si sviluppa e prende forma. 

I lavori della mattinata sono stati avviati da una dinamica spin wheel, piena di domande su cui gli educatori si sono confrontati in piccoli gruppi e che li hanno aiutati a entrare nella tematica: che educatore sono? In che modo sono fedele al servizio educativo ogni giorno? Come coltivo la fiducia reciproca nella relazione con i ragazzi che accompagno? Quale ruolo ha la comunità nel mio servizio educativo? Come curo la mia spiritualità?



A dare il via alla riflessione la professoressa Marta, la sua è una voce autorevole e appassionata; occupandosi di gruppi, di volontariato, di dinamiche relazionali e di impegno giovanile ci ha aiutati a capire come le relazioni educative si costruiscono e come si custodisce la fiducia. Entrare in relazione con l’altro è necessario, ciascuno di noi soddisfa il bisogno di essere riconosciuto nelle relazioni, dove ci vogliamo sentire accolti così come siamo. Qui la prima provocazione per gli educatori: quanto siamo accoglienti nei confronti dei bambini e dei ragazzi che la comunità ci affida? La semplicità e la gentilezza sono lo stile con cui costruire con loro legami autentici: fino a che punto ne siamo capaci? Curare relazioni autentiche è certamente la risposta alla nostra chiamata al servizio educativo, e ciò comporta la presa in carico di un compito importante, un compito sociale e culturale, quello di offrire luoghi e tempi in cui sperimentare la leggerezza, luoghi di incontro per progettare insieme ai ragazzi, perché loro percepiscano la fiducia che abbiamo in ciascuno e nella loro generazione. Partecipazione è allora una parola chiave e al tempo stesso una provocazione: non partecipiamo alla nostra storia e a quella delle persone con cui siamo in relazione nella misura in cui siamo bravi e performanti, ma se abbiamo percezione della nostra vulnerabilità, è quello il luogo in cui l’altro può farsi spazio. Lì si genera fraternità, un movimento di crescita non solo comunitario ma anche personale. Da educatori non possiamo che ospitare nella nostra vulnerabilità i bambini e i ragazzi che accompagniamo con gioia e passione, dai nostri atteggiamenti traspaia l’amore per l’umanità, il desiderio di fare bene per la vita delle persone.

Don Cristiano ci ha donato una lettura teologico-spirituale dell’arte del trasmettere e del ruolo della vocazione nel servizio educativo. Educare vuol dire accompagnare la persona a uscire fuori dalla sua piccolezza, a compiere passi sempre più importanti verso l’autonomia. In questo processo è fondamentale che l’educando si senta veramente unico, guardato, riconosciuto, degno delle azioni dell’educatore. Un passo ulteriore è quello della trasmissione: trasmettere vuol dire inserire l’essere umano nella storia delle generazioni. L’evoluzione avviene grazie a “fratture” in cui la novità può attecchire e generare transizione. Perché tutto ciò avvenga è necessario che l’educatore si liberi dalle proprie aspettative, che abbia il fervore di trasmettere anche quando le fatiche lo scoraggiano, che susciti il desiderio di colui al quale trasmettiamo, che sia un educatore “sulla soglia”, cioè il luogo del suo agire sia chiuso, in modo da proteggere, e allo stesso tempo aperto, in modo da poter guardare alla realtà. Compito di noi educatori è allora essere fedeli a Dio e alla scelta di mettersi a servizio, disporsi all’ascolto e, nell’ottica della trasmissione, nutrire i sogni dei ragazzi, che non possono che essere diversi dai nostri.

La mattinata, conclusa dopo un breve dibattito, ci ha donato tante risposte, ma ci ha suscitato altrettanti interrogativi, che nutriranno il servizio degli oltre 600 educatori presenti, che in tutta Italia accompagnano con fiducia e fedeltà bambini e ragazzi all’incontro che cambia la vita.

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