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«Ponti e non frontiere» Satriano: così la Chiesa può fare la differenza

Il Mediterraneo, con la sua ricchezza plurale, interroga da vicino il cammino della Chiesa. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Satriano, arcivescovo metropolita dell’arcidiocesi di Bari- Bitonto
12/06/2026 di Beatrice Zabotti

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Quali sono oggi le sfide più urgenti per le Chiese del Mediterraneo?

Le Chiese del Mediterraneo sono chiamate a essere ponti e non frontiere. La sfida più urgente è non cedere alla retorica della paura, che trasforma il mare in confine e il volto dell’altro in minaccia. La diversità è ricchezza, non problema. I problemi sono altri: guerre, migrazioni forzate, povertà, illegalità e violenze feriscono questo mare. Ed è proprio qui che le Chiese possono “fare la differenza”: essere artigiane di riconciliazione. Servono comunità capaci di ascoltare i poveri, disarmare i linguaggi e generare cultura dell’incontro, per restituire dignità a chi è scartato. Le varie sponde del Mediterraneo si avvicinano quando mettiamo al centro Cristo e il suo Vangelo.

Possibile “abitare la fraternità” in un tempo segnato da guerre e divisioni?

La fraternità non è retorica, ma uno stile concreto, una disciplina che parte dal cuore. Significa rifiutare l’indifferenza, custodire parole miti e praticare l’ascolto. La fraternità diventa reale quando si aprono spazi di dialogo, si accolgono i migranti, si sostengono le famiglie fragili e si educano i giovani all’incontro tra culture e religioni diverse. Non ci sono ricette precostituite, ma pratiche che nascono quando hai il coraggio di fermarti di fronte al fratello che ti interpella. La fraternità cresce quando smettiamo di difenderci dall’altro e iniziamo a lasciarci interrogare dalla sua vita.

Bari è sempre più città simbolo del dialogo mediterraneo. Quali passi sono stati fatti fino a ora e quale responsabilità sente per questa Chiesa locale?

Bari porta nella sua storia una vocazione naturale al dialogo: è la città di san Nicola, ponte tra Oriente e Occidente. È una soglia sulla quale si ritrovano popoli, tradizioni e confessioni cristiane. In questi anni la nostra identità si è rafforzata attraverso incontri ecclesiali, esperienze ecumeniche e attenzione ai migranti. Papa Francesco è stato qui due volte, per la pace in Terra Santa e per l’unità nella Chiesa. La nostra responsabilità oggi è non vivere tutto questo come memoria, ma come profezia: essere una Chiesa ospitale, capace di stare dentro le ferite del nostro tempo, imparando a guardare il mondo a partire dagli ultimi.

C’è un’immagine evangelica che le sembra più adatta per raccontare oggi il Mediterraneo?

Penso alla barca dei discepoli nella tempesta. È l’immagine del Mediterraneo: un mare incantevole eppure agitato, attraversato insieme da speranze e tragedie. Il Vangelo ricorda che nessuno si salva da solo. O impariamo la logica del “noi”, oppure le onde della violenza e dell’indifferenza travolgeranno tutti. La presenza di Cristo si riconosce quando una comunità trova il coraggio di non lasciare nessuno in mare.

L’Ac sarà a Bari per Orizzonti Mediterranei? Cosa le dirà?

Dirò loro di venire a Bari come pellegrini di speranza. L’Ac ha una grande responsabilità: formare laici capaci di abitare la complessità senza fuggire dalla storia. A loro vorrei dire: lasciatevi ferire dal Mediterraneo. Non guardatelo solo come scenario, ma come appello. Portate nelle vostre diocesi il desiderio di comunità più fraterne e sinodali, più attente ai poveri e capaci di dialogo. Oggi servono cristiani capaci di generare speranza, non nostalgia.

I giovani sono spesso sfiduciati: come educarli alla fraternità e alla pace?

Prima di tutto smettendo di giudicarli. Spesso il loro disorientamento riflette quello degli adulti. I giovani hanno bisogno di esperienze vere: incontrare i poveri, servire, dialogare con chi è diverso, vedere adulti capaci di perdono. Che testimoni siamo noi adulti per i giovani? Quando ci guardano, cosa vedono del Vangelo? La pace inizia nel dialogo tra le generazioni, si educa con relazioni sane e comunità accoglienti e si diffonde con il coraggio di affermare che ogni vita è sacra e nessuna guerra è una fatalità inevitabile.

In un tempo di muri e paure, quale strada sogna per la fraternità e per la Chiesa italiana nei prossimi anni?

È una strada esigente, che passa attraverso conversione, giustizia e perdono. I muri sembrano più facili da costruire, ma tolgono aria e futuro. Sogno una Chiesa italiana più inquieta evangelicamente, capace di lasciarsi provocare dai poveri, dai giovani e dai migranti. Il Mediterraneo può tornare a essere grembo di civiltà e non cimitero di speranze, ma questo dipende anche da noi: dalla scelta di vivere il Vangelo non come ornamento, ma come forma concreta dell’esistenza.