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Per uscire vivi dalle ondate di calore serve il dialogo

Intervista a Mauro Bossi, gesuita, redattore di Aggiornamenti Sociali e delegato per l’ecologia della Provincia Euromediterranea della Compagnia di Gesù
10/08/2026 di Flavio Gotta

In linea di principio vorremmo arrestare i cambiamenti climatici ma quando assistiamo alle scene di file notturne con spintoni e perfino interventi della polizia di fronte alla vendita promozionale di 200mila ventilatori e condizionatori in una popolare catena di supermercati, com’è successo quest’estate in Francia, ci rendiamo conto delle contraddizioni che viviamo. I condizionatori emettono calore per poter restituire fresco all’interno delle abitazioni, per cui contrastiamo gli effetti del problema (l’aumento delle temperature) aggiungendo gocce di causa al problema stesso. 

Proviamo a riflettere insieme a Mauro Bossi, gesuita della redazione di Aggiornamenti Sociali.

Cosa ci dicono questi eventi atmosferici ed umani?

Il cambiamento climatico amplifica le diseguaglianze. Oggi si parla di cooling poverty (povertà di raffrescamento) ossia la condizione in cui individui e famiglie non riescono a mantenere le proprie abitazioni a temperature sicure durante le ondate di calore a causa di vincoli economici, infrastrutture inadeguate o per i costi delle tecnologie di raffrescamento. Tra l’altro questo colpisce i più fragili: gli anziani, chi ha precarie condizioni di salute, chi ha scarsi mezzi economici e chi lavora all’aperto. 

Ed è del tutto evidente -prosegue Mauro Bossi- come le soluzioni non possano essere ricercate soltanto a livello individuale, non basta garantire la tecnologia disponibile a tutti e a prezzi accessibili ma è necessario soprattutto ragionare in termini sistemici

Questo chiede di pensare al pianeta come a una casa comune e non dividerlo a spicchi per risolvere i problemi climatici nella sola fetta di propria competenza?
È stata data tanta enfasi alle scelte individuali che si possono fare per ridurre l’impatto dei nostri consumi sull’ambiente e sul clima, ed è giusto! Però non siamo solo consumatori, siamo anche cittadini e dobbiamo immaginare un’azione collettiva per il bene comune. A livello europeo, il problema degli incendi rimette in luce la necessità di politiche di gestione delle foreste, più coordinate.

Come possiamo fare qualcosa di specifico?
Papa Francesco con la Laudato sì ha detto in modo limpido e disarmante che “tutto è connesso”, dobbiamo mettere insieme le varie componenti: il problema climatico è collegato a quello energetico che diventa a sua volta volano di problemi sociali. Questo è vero anche a livello globale. Ci sono Paesi del sud globale che si trovano di fronte alla prospettiva di perdere la vivibilità in intere fasce di territori, isole oceaniche che rischiano di scomparire, ed allo stesso tempo altri Paesi rivendicano il diritto allo sviluppo che richiede fonti energetiche. Per questo motivo, negli ultimi anni il tema principale delle Conferenze ONU sul clima è stata la finanza per la transizione energetica. A questo proposito, è emersa una forte contrapposizione tra Nord e Sud globali.

In Europa abbiamo il Green Deal, il piano climatico più avanzato al mondo che vuole decarbonizzare l’UE entro il 2050, però sta incontrando resistenze e rallentamenti.

Ma quindi la transizione energetica se la possono permettere solo i paesi ricchi?
Occorre riaffermare la “transizione giusta”. Si è dato troppo spazio a una narrazione che presenta le esigenze delle politiche climatiche e dell’ecologia come elitarie e contrarie agli interessi delle fasce a basso reddito ma non è vero: le conseguenze ricadono innanzitutto sulle fasce più povere. L’esempio dei condizionatori in offerta è evidente.


L’azione più importante è rafforzare la cultura del dialogo più che rincorrere nuove soluzioni tecnologiche.

I negoziati climatici si basano sul multilateralismo, che è proprio ciò che è in crisi ora nella politica internazionale. Stiamo tornando alla logica dello scontro tra imperi, mentre la crisi climatica richiede politiche coordinate a livello globale. Papa Francesco nell’esortazione Laudate Deum (2023) ha riaffermato il valore del dialogo multilaterale e ha anche insistito sulla necessità di un “multilateralismo dal basso”, che includa la società civile.

Come cattolici abbiamo qualche specificità da mettere in campo?
Abbiamo due risorse: la prima risiede nel fatto che la Chiesa per la sua natura universale riesce ad avere uno sguardo che spesso i singoli stati non riescono ad attivare. Perciò anche papa Leone sostiene fortemente il dialogo multilaterale.
La seconda sono le reti comunitarie: quando ci sono eventi estremi le parrocchie possono essere luoghi dove la comunità si fa carico dei più fragili. In Europa di recente si è parlato delle chiese come rifugi climatici durante le ondate di calore.
C’è poi il settore educativo: scuole cattoliche, pastorale giovanile, ecc. che può avere un impatto di lungo termine sulla società.

Può fare un esempio di attività educativa?

Da alcuni anni proponiamo nelle scuole un’attività di simulazione dei negoziati climatici. Sperimentare le prospettive di paesi con interessi e problemi diversi aiuta ad assumere la visione dell’altro. Toccano con mano come la soluzione si possa raggiungere solo attraverso il dialogo. La narrativa dei massmedia tende ad appiattire i problemi, entrare invece dentro la complessità fa assumere una prospettiva in cui non ci sono vincitori e vinti ma la strada che si trova insieme aiuta a far sì che nessuno esca totalmente sconfitto. È un aiuto ad alimentare una speranza reale e realizzabile.