«La prima esperienza della persona è l’esperienza della seconda persona. Il tu, e in lui il noi, precede l’io». Le parole del filosofo Emmanuel Mounier offrono una chiave preziosa per comprendere il mondo dei bambini e dei ragazzi. Fin dalla nascita, infatti, la loro vita si sviluppa dentro una trama di relazioni che li educa all’incontro, alla condivisione, alla scoperta dell’altro, in una parola alla fraternità.
Nella società contemporanea, caratterizzata da una crescente pluralità culturale e religiosa, i più piccoli si trovano spesso a vivere la diversità non come un ostacolo, un limite o un problema da affrontare, ma come una dimensione naturale della quotidianità. A scuola, nello sport, con la musica, nei quartieri e nelle parrocchie incontrano coetanei con storie, tradizioni e provenienze differenti. Eppure, ciò che emerge con maggiore forza non sono le differenze, bensì la capacità di costruire legami autentici a partire da interessi, passioni e desideri condivisi. Da un punto di vista pedagogico e pastorale, questa realtà rappresenta un paradigma importante per il mondo adulto.
Ma allo stesso tempi, i più piccoli crescono nell’apertura quando incontrano adulti “generativi”, capaci di accompagnarli senza trasmettere paure o pregiudizi. In questo senso, essi sono veri e propri “nativi interculturali”: cittadini di un mondo plurale nel quale sperimentano la complessità, si sanno rapportare con essa, sanno stare dentro di essa con competenza e insegnano a leggerla come opportunità e non come minaccia perché ne colgono il cuore. L’altro non è una categoria, non è uno stereotipo, non è una astrazione ma ha il volto, il nome e la storia di chi vive accanto a loro.
Le loro amicizie ricordano alla comunità cristiana e alla comunità civile che la comunione non nasce dall’uniformità, ma dalla capacità di riconoscersi figli e quindi fratelli. Come in una partita improvvisata in cortile, dove ogni maglia è diversa ma tutti giocano nella stessa squadra, così la Chiesa è chiamata a essere luogo di incontro e di dialogo.
L’incontro nazionale di Bari ci invita a guardare proprio in questa direzione. Il Mediterraneo, crocevia di popoli e culture, diventa simbolo di quelle “piazze dell’umanità” in cui le differenze si incontrano e si trasformano in ricchezza reciproca. Al centro non vi sono i ragazzi come semplici destinatari dell’azione educativa, ma come protagonisti e maestri della cultura dell’incontro.
Ad accompagnarci nell’esplorare questi orizzonti, ci saranno la Prof.ssa Rosita Deluigi, ordinaria di Pedagogia generale e sociale presso l’Università di Macerata e don Lino Modesto, responsabile per l’Arcidiocesi di Bari-Bitonto del Servizio per la pastorale della Carità. Un primo approfondimento dal punto di vista pedagogico ci aiuterà a vedere come la sfida educativa che ci pongono i ragazzi sia dettata proprio dal contesto sociale in cui sono inseriti. Proveremo a guardare agli aspetti che caratterizzano i loro ambienti di vita e il loro modo di abitarli. Un secondo passaggio, dal carattere pastorale ed esperienziale, inviterà a mettersi in ascolto di alcune possibili traduzioni, per toccare con mano la concretezza di relazioni interculturali positive. Saranno queste le basi da cui partire per il successivo lavoro nei laboratori, che proporranno un confronto più approfondito e concreto con le tematiche proprie della pedagogia interculturale. Un’occasione dunque, quella dell’incontro di Bari, che metterà al centro i piccoli, non come soggetti passivi di una riflessione, ma protagonisti con la propria vita, i propri pensieri, le proprie richieste e visioni profetiche. Una dimensione esperienziale, quella in cui saranno coinvolti i responsabili presenti, per entrare pienamente in contatto con la realtà dei ragazzi e vivere in modo sempre più aderente il loro mandato il servizio educativo in AC.
Con la convinzione che ascoltare la loro esperienza significa allora lasciarsi educare da uno sguardo capace di vedere nell’altro non uno straniero, ma un compagno di viaggio. È questa la profezia che i più piccoli consegnano alla società e alla Chiesa: costruire relazioni autentiche, abitare la fraternità e trasformare la diversità in occasione di crescita comune. Una lezione semplice, ma oggi più che mai necessaria e urgente.
