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Maltempo al sud Italia La custodia del Creato non è più uno slogan

Le recenti calamità naturali in Calabria e Sicilia ci ricordano che il dissesto non è solo geologico. È anche culturale e civile. Ecco perché investire nell’ambiente significa fare prevenzione, ascoltare la scienza, rafforzare le comunità.
30/03/2026 di Pierluigi Saraceni

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Nel giro di pochi giorni, Calabria e Sicilia si sono ritrovate a fare i conti con eventi che hanno messo in evidenza tutta la fragilità del territorio.
Nella provincia di Cosenza piogge violentissime hanno provocato allagamenti e frane, bloccando strade e isolando intere aree. A Niscemi, nel cuore della Sicilia, una frana ha costretto decine di famiglie a lasciare le proprie case, alcune crollate, altre dichiarate inagibili. Non solo danni materiali: smarrimento, paura, senso di precarietà. Non si è trattato solo di “maltempo”. L’intensità e la concentrazione delle precipitazioni hanno avuto caratteristiche eccezionali. Eppure, dopo i primi titoli, l’attenzione si è affievolita rapidamente. Come se eventi simili, accaduti nel Sud del Paese, fossero meno sorprendenti. Ma normale non è.

«Il tipo di evento meteorologico che ha interessato il Sud Italia – spiega Arturo Pucillo, presidente dell’Azione cattolica di Trieste e meteorologo – presenta caratteristiche di eccezionalità per intensità. Parliamo di fenomeni rari, se non quasi unici dal punto di vista statistico. Attribuire con certezza un singolo episodio al cambiamento climatico richiede analisi complesse e tempi lunghi, ma il quadro generale è chiaro: la frequenza di eventi estremi sta aumentando. E dobbiamo farci trovare preparati».

Pucillo richiama una distinzione fondamentale: «Sull’evento meteorologico in sé non possiamo intervenire. Se si forma una depressione di quella portata, non possiamo fermarla. Ma possiamo intervenire sulla vulnerabilità del territorio». È il tema dell’adattamento: prendere atto che certi fenomeni stanno diventando più frequenti e ripensare modalità di costruzione, sistemi di drenaggio, manutenzione dei versanti, pianificazione urbanistica. «In alcuni casi – osserva – bisognerà anche avere il coraggio di rivedere l’abitabilità di determinate aree». Accanto all’adattamento c’è la mitigazione, cioè la riduzione dell’impatto umano sul clima. «Anche azzerando oggi le emissioni, gli effetti non scomparirebbero nell’immediato. Ma questo non significa che non si debba agire. Il problema è culturale: bisogna dare più credito alla comunità scientifica e radicare le decisioni politiche nella realtà dei dati. Senza allarmismi, ma con consapevolezza». Una consapevolezza che riguarda non solo i governi, ma le comunità, i territori, i singoli cittadini.

In Calabria, l’alluvione ha segnato profondamente la provincia di Cosenza. «La nostra terra – racconta Nicola De Santis, presidente dell’Ac di Cosenza-Bisignano – non è abituata a eventi di impatto così forte. Oltre ai gravi danni alle abitazioni, diverse attività commerciali e turistiche si sono dovute fermare a causa delle piogge eccessive». Per un territorio che vive anche di turismo e piccole imprese, lo stop forzato significa precarietà, lavoro sospeso, famiglie in difficoltà. Eppure l’emergenza ha generato una risposta solidale significativa. «Si è attivata una rete che ha coinvolto più diocesi: da Rossano-Cariati a Cassano allo Ionio fino a Cosenza-Bisignano». Le Caritas hanno promosso raccolte di beni e sostegno concreto alle comunità della Sibaritide, mentre parrocchie e associazioni si sono coordinate per intercettare i bisogni più urgenti. «Resta forte – conclude – il bisogno di un’attenzione vigile verso un territorio fragile. Servono interventi strutturali, ma anche un esercizio costante di cittadinanza attiva. Non possiamo limitarci a gestire l’emergenza».

A Niscemi la ferita è passata attraverso la terra che si è aperta a pochi passi dalla piazza del paese, luogo di incontro e vita quotidiana. «È sembrato che la vita fosse capovolta», racconta Marina Rizzo, presidente parrocchiale di Azione cattolica. Nei primi giorni lo smarrimento è stato profondo: famiglie che avevano perso tutto, scuole chiuse, bambini costretti a spostarsi in altri plessi. Dentro la disperazione, però, si è fatta strada una convinzione condivisa: «Niscemi deve rinascere». «La sera stessa sono andata a Messa. Ho pensato che dovevamo ringraziare il Signore perché non ci sono stati morti». La preghiera è stata un appiglio fondamentale, la speranza una forza concreta per andare avanti. «Se i bambini vedono che sei distrutta, non li aiuti. Bisogna dare speranza». Le parrocchie si sono attivate subito, coordinate con il Comune: raccolte di beni, sostegno alle famiglie, spazi messi a disposizione. Nessuno è rimasto solo. La presenza del vescovo, i momenti di preghiera condivisi e la visita del Capo dello Stato hanno rafforzato una comunità ferita ma determinata a ripartire. La solidarietà cittadina ed ecclesiale ha trasformato l’emergenza in corresponsabilità e desiderio di ricostruzione. Calabria e Sicilia ricordano che il dissesto non è solo geologico. È anche culturale e civile. Custodire il creato non è uno slogan: significa investire in prevenzione, ascoltare la scienza, rafforzare le comunità. E scegliere di non considerare inevitabili tragedie che inevitabili non sono.