Il primo Mondiale distribuito tra tre Paesi, Stati Uniti, Canada e Messico, e il primo allargato a 48 squadre avrebbe dovuto raccontare meglio di ogni altro l’idea di un calcio davvero globale. E invece mai come in questa edizione la bellezza del gioco e le ombre di chi lo governa sono sembrate così vicine, eppure così inconciliabili.
In campo ha vinto chi ha avuto il
coraggio di proporre, di muoversi, di mescolare talenti e culture senza paura
di perdere la propria identità. Fuori, invece, hanno pesato i confini, le
pressioni politiche, i favori e la sensazione che le regole non valessero
davvero allo stesso modo per tutti.
È questa la contraddizione più
forte del torneo: il gioco ha indicato una strada aperta, moderna e coraggiosa;
chi lo governa ha restituito spesso l’immagine di un potere chiuso, opaco e
disposto a piegare tutto a se stesso.
Sul piano sportivo è stato uno dei Mondiali più emozionanti degli ultimi anni. Messico-Inghilterra, alle quattro di notte sotto il diluvio nello stadio Azteca, quello del “Partido del siglo” nel 1970 tra Italia e Germania, e Argentina-Inghilterra in semifinale hanno aggiunto quel tocco di epicità omerica alla competizione degna della rivisitazione di Nolan in Odissey.
Ma il torneo è stato tanto altro. È stato il Mondiale di Vozinha e di Capo Verde, de "la ultima de Leo" Messi (e che ultima), della Francia formato superstars di Mbappé & co e di un Marocco che continua a tenere alta l'attenzione sul calcio africano che dimostra di avere delle ottime nazionali. Soprattutto, è stato il Mondiale delle squadre che non sono rimaste ferme: di chi ha cercato il gioco, occupato il campo, accettato il rischio e affidato il risultato al coraggio delle proprie idee.
La Spagna ne è stata l’esempio più
chiaro. Solida ma entusiasmante, ha insistito sulle proprie qualità, ha
preferito esaltare il collettivo piuttosto che affidarsi alle capacità dei
singoli (come ha invece fatto la Francia). È diventato così il primo Paese a
detenere contemporaneamente il Mondiale maschile e quello femminile: il segno
di una cultura calcistica che non vive di episodi, ma di continuità.
La direzione sembra ormai questa:
nel calcio non basta organizzarsi per sopravvivere, bisogna essere anche pronti
ad incidere. Difendere non significa necessariamente arretrare, così come
essere prudenti non significa rinunciare all’iniziativa. È una lezione che riguarda anche la
vita. Non possiamo pensare di “portare a casa il risultato” restando fermi,
aspettando che qualcosa cambi da solo. Le comunità, la politica e i territori
hanno bisogno di persone capaci di esporsi, scegliere e costruire. Proporre non
garantisce la vittoria, ma permette almeno di essere protagonisti del proprio
tempo.
Per questo ciò che è accaduto fuori
dal campo ha lasciato ancora più amarezza. L’eccellente arbitro somalo bloccato
alla frontiera, le delegazioni trattate in modo diverso con controlli serrati
dell'ICE solo in alcuni specifici casi, le tensioni intorno all’Iran e il caso
Balogun hanno raccontato un Mondiale che universale lo è soltanto a parole. Attenzione, sarebbe ingenuo pensare
che la politica non abbia mai condizionato lo sport: i Mondiali sono da sempre
un palcoscenico sul quale gli Stati esercitano potere e costruiscono consenso.
La novità più inquietante è che oggi quel potere non sente neppure il bisogno
di nascondersi. La vicenda Trump-Balogun non è
stata la prima volta che il potere ha provato a influenzare lo sport, ma
raramente lo ha fatto con tanta naturalezza, quasi rivendicando il diritto di
cambiare le regole con una telefonata. Il presidente degli Stati Uniti ha
palesato il proprio intervento, quasi volesse dire: posso telefonare al
presidente della FIFA, far cambiare una decisione e raccontarlo pubblicamente,
perché sono capace di farlo e so che non avrò conseguenze. Prepotenza e
intoccabilità racchiuse nello stesso gesto.
La ferita lasciata da una FIFA
incapace di difendere l’uguaglianza delle proprie regole, resta aperta e
diventa un pericoloso precedente e l'umiliante eliminazione degli Stati Uniti
la notte successiva non ha cancellato minimamente l’imbarazzo.
A proposito di imbarazzo, ma l’Italia in tutto questo? Per la terza volta consecutiva siamo rimasti a casa nostra, sempre più lontani dal centro del calcio mondiale. Parlare di sfortuna, del centravanti che manca o di una generazione meno brillante, inizia a diventare abbastanza ridicolo. Quello che ci manca principalmente è soprattutto una direzione.
Continuiamo a proporre il nuovo attraverso figure e ricette già viste, sospesi tra la nostalgia di ciò che siamo stati e la paura di diventare altro. Nuovi presidenti federali che sono però vecchi presidenti del CONI, nuovi Commissari Tecnici che però hanno già allenato la nazionale, ecc. Attenzione, non che i vari Malagò Roberto Mancini siano figure da disdegnare, anzi, ma davvero non riusciamo ad andare oltre? Ci ripetiamo costantemente che non crescono più i vari Cannavaro, i Pirlo, Totti, Baggio, che i bambini non giocano più per strada e che bisogna tornare alla grande difesa. E ogni estate rimaniamo fermi lì sul divano a guardare e giudicare un Mondiale che non ci vede protagonisti. E intanto il calcio avanza, si evolve, lo fa attraverso contaminazioni, identità multiple e nazionali nelle quali le origini non sono un problema da risolvere, ma una ricchezza da mettere in campo.
Noi, invece, storciamo ancora il naso se un calciatore italiano è nero o ha origini sudamericane. Forse, allora, non sono soltanto i Mondiali a sfuggirci: siamo noi a non riuscire più a leggere il mondo nel quale si giocano.
Questo torneo ha mostrato che il calcio del futuro sarà aperto, interculturale e favorevole a chi ha coraggio. Non vincerà sempre chi propone, ma di sicuro chi lo fa non rischia di restare indietro.
Vale sul campo. E forse vale ancora di più nella vita.
