Una comunità che accompagna, un grembo che accoglie, una casa che include, una Chiesa che parla a tutti. Il
futuro dell’Azione Cattolica passa da qui, e dalla convinzione che educare è costruire ponti: nel contesto
odierno significa costruire reti nuove tra persone, generazioni, comunità, linguaggi, territori, vita e liturgia,
fede e storia.
Nella giornata di sabato 6 dicembre il Convegno educatori e animatori di Riccione “Verso l’Alto” ha
generato un’immagine chiara e una riflessione profonda sul senso della formazione, che si è espressa in
particolare nel pomeriggio, attraverso dodici mini-convegni tematici, ciascuno dedicato a un aspetto
decisivo della scelta educativa in Ac: coinvolgente, spirituale, mobile, generativa, incarnata, inclusiva, che
cura, democratica, critica, ecclesiale, fedele, creativa.
Un percorso che ha permesso agli educatori di approfondire le sfide attuali, rileggere la propria missione alla
luce dei cambiamenti del presente e riscoprire, insieme, la bellezza di un servizio che continua a generare
crescita e futuro.
La forza delle relazioni gentili ed inclusive
I tempi complessi rendono difficile la creazione di nuove relazioni, nonostante il desiderio di farlo: lo ha detto Elena Marta, docente di Psicologia sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sua analisi, però, ha invitato gli educatori ad accogliere con tenerezza e gentilezza la fatica di ogni persona e a sostenerla con legami che fanno crescere nella reciprocità: «Costruire ponti verso tutta la comunità è un impegno fondamentale e una grande sfida per un tempo sfilacciato com’è quello che viviamo». E allora l’educazione può ripartire dalla forza della gentilezza e dall’essere capaci di «far sentire ciascuno unico e prezioso per ciò che è», valorizzando ricchezze e fragilità di ciascuno.
Su questo si è incentrata anche suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei: «La sfida per l’educatore – ha osservato – è rappresentare un “ponte invisibile” tra persone e comunità civile ed ecclesiale, e con famiglia, scuola, alleanze educative, accompagnando le fasi della vita e non perdendo nessuno». La partecipazione delle persone con disabilità e delle persone con bisogni educativi speciali può essere favorita mettendo in pratica nuovi linguaggi, e adoperando anche l’intelligenza artificiale, che può essere utile – secondo suor Veronica - «nella traduzione e nella fruizione di testi: occorre imparare a lavorare sulla parte visiva, le immagini e la plurisensorialità, adattando i vari strumenti: ne beneficeremo tutti».
L’AC nel segno dei tempi: liturgia ed ecclesialità A offrire una chiave di lettura ulteriore è stata Paola Bignardi, già presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana e già coordinatrice dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo, che ha esortato a ripensare la dimensione della spiritualità: «La liturgia diventi esperienza desiderabile, attrattiva, che non si impone con la forza dell’obbligo, ma che parla con il linguaggio della vita. Il modello rituale con il quale celebriamo oggi è in gran parte figlio di epoche passate, e la liturgia potrebbe essere riconsiderata, anche dai giovani, se diventa un’esperienza coinvolgente, comunitaria, di relazioni vere e non formali, di legame con la vita».
In questo senso, il contributo dell’Azione Cattolica può essere davvero rilevante, perché essa rappresenta da sempre con la sua identità «un’associazione “dentro e con la Chiesa”, capace di stare nei tempi, che pur cambiando non perde la sua profonda appartenenza ecclesiale e il volto gioioso e giovane». Lo hanno ribadito Pina De Simone, docente di Filosofia della religione, e mons. Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola, vescovo di Carpi e vicepresidente della Cei. Durante l’incontro sono stati rievocati i criteri che hanno guidato l’associazione nella sua storia: una fede profonda capace di dialogare con la realtà, lo sguardo di speranza nei momenti difficili della storia, la capacità di preparare il popolo cristiano ai tempi nuovi, spesso anticipando intuizioni del Concilio Vaticano II, come la formazione liturgica, il ruolo delle donne e la dimensione comunitaria e diffusa della presenza associativa. Tutto questo ha favorito anche il considerevole contributo dell’Ac al Cammino sinodale.
In Italia, i cambiamenti culturali si sono manifestati anche in termini di mobilità che – nelle parole dell’intervento di Alessandro Rosina, docente di demografia e statistica sociale all’Università Cattolica - «non è più solo una necessità, ma si intreccia con la ricerca di nuove opportunità e con una visione aperta del proprio percorso di vita». Egli ha offerto quindi una lettura della trasformazione profonda che negli ultimi decenni ha interessato gli italiani e il volto demografico nazionale, modificato da fattori quali il progressivo calo della popolazione, l’invecchiamento e il fabbisogno di manodopera in molti settori.
Il Convegno di Riccione consegna così agli educatori una responsabilità decisiva: l’Azione Cattolica è chiamata a intrecciare relazioni, leggere i segni dei tempi, accompagnare ogni persona nella sua unicità e integrità. “Verso l’Alto” è diventato allora una missione concreta a guardare con speranza, a costruire ponti, a generare comunità in cui nessuno resti ai margini.
Da qui riparte il servizio educativo dell’Ac: dalla forza delle relazioni, dalla corresponsabilità ecclesiale, dalla fiducia che, insieme, si può ancora indicare e condividere la strada verso il futuro.


