Qualche anno fa fece la sua comparsa nelle campagne elettorali un oggetto legato alla devozione popolare che, nelle intenzioni di chi lo usava come simbolo, sarebbe servito a rimarcare la distanza tra gli italiani tradizionalmente intesi e tutti gli altri. La cosa mi sembrò fortemente paradossale, per il fatto che nella mia città, Bologna, il maggiore evento tradizionalmente legato alla devozione religiosa, ovvero la presenza in città dell’immagine della Madonna di San Luca, vede fianco a fianco, nella recita del rosario, devoti delle provenienze più disparate.
Ai petroniani al 100% si accompagnano moldavi, polacchi, cingalesi, congolesi, indiani, cinesi, ucraini. La meritoria attività del direttore dell'Ufficio diocesano per la pastorale migratoria (lui stesso cileno di nascita) ha portato, alla processione cittadina, 16 differenti comunità di migranti. Ead ogni gruppo ha donato un semplice stendardo, personalizzato con elementi distintivi della comunità di provenienza.
La comunità peruviana, nella mia città, tiene ormai regolarmente una solenne processione in centro città nella ricorrenza della festa del Senor de Los Milagros, con propria banda e balli tradizionali. Vi consiglio vivamente di cercare i video disponibili su YouTube.
Partiamo da un modello: Bologna
Tralasciando per un attimo il lato devozionale, tornerei al numero 16. Infatti nel territorio bolognese, dove la occupazione si mantiene elevata, il 16% degli occupati non è cittadino italiano. Gli autisti dei corrieri sono quasi tutti immigrati, così i manovali nella logistica, una grandissima parte dei lavoratori della ristorazione, della grande distribuzione, della industria alimentare. Praticamente tutti i cosiddetti rider. Ma anche una larga parte degli operai – e dei tecnici - della meccanica. Per non parlare della marea di cosiddette badanti.
In una grande azienda della meccanica locale, dove il titolare si era espresso contro la modifica della legge sulla cittadinanza, le maestranze immigrate hanno redatto una lettera per esprimere il disappunto di chi, dopo anni e anni di lavoro, si vede considerato come non degno di fare parte della comunità in cui vive e lavora. Nemmeno a farlo apposta, gli stessi dirigenti sono stati tra i promotori di un progetto per inserire lavorativamente i richiedenti asilo. Dimostrazione fattiva che è necessario un cambiamento di mentalità e che la immigrazione non è più un fattore marginale ma uno dei fondamenti su cui si basa il futuro della vita di questo paese.
Paradossalmente ora c’è chi parla di remigrazione. Spesso credendo che la rimozione delle persone diverse riporti a un passato idealizzato che non è mai esistito. E lasciando laimpressione che con il diverso in realtà si voglia rimuovere il povero.
Metterci in relazione con tutte le comunità: qualche domanda associativa per riflettere
Come comunità cristiana, come lavoratori cristiani, come Azione Cattolica, cosa possiamo fare per lavorare a un futuro condiviso con cui questi fratelli che erano lontani e ora vicini? Le modalità possono essere diverse e devono tenere conto che, laddove esiste una comunità di connazionali, quella è il primo luogo di aggregazione e di mutuo aiuto di chi viene da lontano.
Siamo capaci di metterci in relazione con queste comunità, di condividere con loro i nostri luoghi di ritrovo, di essere disponibili laddove ci sia necessità? Una bella esperienza, ad esempio, è quella legata alle scuole di italiano nate spontaneamente in tantissime parrocchie, aperte a tutti coloro che ne avessero bisogno. E a lato i servizi di doposcuola per i più piccoli. Se siamo membri di un sindacato, cosa facciamo per dare spazio ai lavoratori immigrati? Ricordo il cambio di orizzonte quando ho visto le porte della CISL di Bologna aprirsi a questi lavoratori ormai 40 anni fa, con un ufficio specifico. Sappiamo vedere il lavoro non regolare che si diffonde sfruttando la immigrazione più povera? Sappiamo pensare come affrontarlo? O solo di batterci il petto ogni volta che si ribalta un pulmino di braccianti? Diverso il caso dei ragazzi che crescono in questo Paese appartenendo a famiglie immigrate. Quelli che vanno a scuola coi nostri figli. Quanti di loro sono accolti, invitati, nei gruppi di catechismo, ACR, Giovanissimi, Scout? A quante famiglie abbiamo proposto queste attività per i loro figli? Quanti ragazzi abbiamo incontrato ai Grest e poi coinvolto nelle attività del resto dell’anno? E il torneo di calcetto, anche se si fa nel campo della parrocchia, non è detto che debba essere “chiuso” a chi non la frequenta. Ricordiamo quanta ricchezza può nascere, ricordiamoci di Willy Monteiro Duarte.
In larga parte del mondo, dove esistono comunità cattoliche esiste anche l’Azione Cattolica. Siamo capaci di includere nelle nostre attività associative chi l’Azione Cattolica l’ha vissuta nell’Africa di lingua francese, ad esempio? Di confrontarci e trovare punti di incontro? Le nostre confraternite, di paesi e città, sanno accogliere? Siamo stati capaci di condividere le nostre attività associative con chi viene da altri paesi, in modo paritario e non paternalistico? Ho potuto appurare quando questo è riuscito, e la ricchezza spirituale che mi è stata trasmessa è veramente difficile da esprimere. E magari ci aiuterebbe anche ad uscire da quelle modalità in cui rischiamo di ripetere luoghi comuni identitari in maniera vacua, e non concreta, e parole d’ordine retoriche, scordandoci che la fede si testimonia nella vita vera.
