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La veglia di chi non si addormenta perché ama

L’intervento del card. Zuppi alla veglia ecumenica del 31 luglio a Bari
31/07/2026 di Matteo Zuppi | No comments yet
Desidero ringraziare l’Azione Cattolica per questa veglia che ci riunisce nell’atteggiamento dei credenti e dei cristiani che è anzitutto l’ascolto della Parola di Dio. Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (At 5,29) e così si ama per davvero il prossimo e si entra nella storia. La veglia, poi, è vivere in attesa. Veglia chi non si addormenta e non vuole addormentarsi perché ama. Veglia chi non si rassegna alla notte e cerca con angoscia la luce, perché il buio è insopportabile. Veglia chi sa che c’è la luce e non smette di interrogare la sentinella quanto resta della notte? È la domanda delle notti sotto i bombardamenti di Kiev o nelle trincee dove ripararsi dai nemici invisibili e imprevedibili. È la notte delle comunità cristiane e di tutti gli arabi in Cisgiordania, oggetto di inaccettabili soprusi che offendono la legge di Dio e quella degli uomini, umiliando qualsiasi diritto non accettabile tanto più in una democrazia. Come non pensare alle notti in mezzo al mate, immenso, terribile, minaccioso anche quando è calmo, senza orientamento, guidati solo da un’infinita speranza nel cuore? Questa sera abbiamo accordato il nostro cuore, sia ognuno con sé stesso e sia tra di noi. “Se amiamo Dio e ci avviciniamo a Lui tanto più siamo uniti nell’amore al prossimo”, diceva Doroteo di Gaza. La comunione inizia proprio dall’ascolto del Signore, della sua parola che è amore e che chiede amore. Dio si unisce alla nostra umanità e ci fa sentire la sua. In questa nostra casa viviamo così già oggi quello che vivremo nella casa del cielo. Per questo non possiamo accettare che la comunione tra noi sia ridotta a un condominio, con buone regole di comportamento. Certo, meglio queste di quando non ci si incontrava, ci si combatteva, pieni di diffidenze e giudizi, addirittura veri e propri scontri. La Chiesa per la quale Gesù prega, la Chiesa di Pentecoste, non è condominio, perché è comunione, è una cosa sola perché solo l’insieme difende la diversità. In un mondo sempre più diviso, che proprio come a Babele non sa ascoltare (per imparare a parlare dobbiamo sempre ascoltare, per parlare la lingua dello spirito dobbiamo essere docili alla Parola) e ognugno finisce per parlarsi addosso ma non in relazione, chiediamo al Signore il coraggio dell’unità e della pace, difenderlo, spenderlo. 

Chiediamo il coraggio di rimuovere quello che divide, anzitutto in noi stessi, cioè disarmare ciascuno il suo cuore con consapevolezza e determinazione perché solo un cuore senza armi “vede belli tutti gli uomini e nessun uomo gli sembra impuro o contaminato” diceva Isacco di Ninive. Solo un cuore, e quindi occhi e mani di pace, sconfigge il male, che invece gli occhi, le mani, i cuori li arma e li convince che è indispensabile farlo. Non è irenismo astratto e pericoloso secondo alcuni che pensano indispensabile piuttosto armarsi, ma amore, quindi senza ingenuità ma senza il pericoloso realismo cinico. Solo un cuore disarmato sfugge alla logica del riarmo, perché garantisce la sicurezza ma cerca il dialogo e un mondo senza guerra. Insieme. Altrimenti si torna allo stolto se vuoi la pace prepara la guerra. E’ quello, purtroppo, che siamo facendo! Oggi ringraziamo per la decisione a pensarci uniti: non senza l’altro, non contro l’altro, ma nemmeno a fianco dell’altro ma insieme e gli uni per gli altri. La comunione è il “già” della pace, la prepara, ce la fa gustare. Unità tra noi e quindi tra i popoli. Il saggio Patriarca Athenagoras parlava di “chiese sorelle, popoli fratelli”. È anche una grande responsabilità per noi. Se non siamo chiese sorelle come possiamo pensare che i popoli siano fratelli? Se non siamo Chiese sorelle non siamo tutti più deboli davanti alla cultura della forza? Se siamo uniti tra noi (e le divisioni passano dentro il nostro cuore ma anche attraversano le nostre stesse comunità, quando le inquiniamo con la malevolenza, il calcolo individuale, protagonismo o l’abitudine ossessiva a vedere il male) saremo quella rete che unisce e non si rompe. Liberiamo il mondo dall’orrore della violenza e della guerra prima che il mondo – che è anche quella singola e unica persona – non ne sia vittima. Sento tanto questo talento che il Signore ci affida, talento che interpreta il testamento dei milioni di morti, vittime della follia della guerra, talento che lo spirito di Assisi ha reso vicino e possibile. 

Come gli apostoli del racconto evangelico siamo discepoli di Gesù risorto ma non ne siamo ancora testimoni. Stanno insieme ma non sono una comunità. Seguono le loro parole, abitudini e tradizioni. Simon Pietro riprende a fare il pescatore come prima. L’evangelista commenta con amaro realismo che quella notte non presero nulla. «Gettate la rete dal lato destro della barca, e troverete pesce». Non iniziamo di nuovo perché abbiamo capito tutto o risolto i problemi, ma solo per ascolto fiducioso, anche contro i limiti e l’esperienza.  Quanti frutti quando viviamo l’amore del Signore, sempre tanto più largo del nostro cuore. Il discepolo che ama come sempre arriva prima. Nel rifiutare la logica della violenza, il dialogo tra le religioni ha un ruolo decisivo, perché al centro dei grandi cammini spirituali si trova un messaggio di pace. Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa, scrive Papa Leone. “I credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato”.  La rete non si ruppe. Quello che è unito dal Signore non si rompe e protegge tutti. La rete della comunione è più forte del numero e della diversità. Affidiamo questo Patto alla misericordia di Dio, perché lo renda fecondo. Preghiamo lo Spirito Santo affinché ci rinnovi nel cuore e ci conduca verso quella piena comunione che solo Lui può realizzare, l’unità della famiglia umana, “perché tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21). 
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