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La sfida della restanza

Aree interne: la comunità ecclesiale consegna una Lettera aperta a Governo e Parlamento
29/08/2025 di Gianni Di Santo

Il termine è noto al grande pubblico da circa un anno, da quando il film di Riccardo Milani, Un mondo a parte, menzionandolo, ha sbancato i botteghini. Restanza, dunque, spiega bene quella che è un’attitudine morale a resistere allo spopolamento delle aree interne del nostro Paese. Uno spopolamento interiore, ancor prima che economico e demografico. Restanza è il termine, direi più una filosofia di vita, coniato da Vito Teti, antropologo calabrese, che lo descrisse in un (ora famoso) libro dal titolo, appunto, Restanza, pubblicato da Einaudi. «Partire e restare – scrive Vito Teti – sono i due poli della storia dell’umanità. Al diritto a migrare corrisponde il diritto a restare, edificando un altro senso dei luoghi e di sé stessi. Restanza significa sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente. La “restanza” è un fenomeno del presente che riguarda la necessità, il desiderio, la volontà di generare un nuovo senso dei luoghi. È questo un tempo segnato dalle migrazioni, ma è anche il tempo, più silenzioso, di chi “resta” nel suo luogo di origine e lo vive, lo cammina, lo interpreta, in una vertigine continua di cambiamenti». 

La Lettera aperta al Governo e al Parlamento

In questo senso acquista un significato nuovo e rivolto al futuro la Lettera aperta al Governo e al Parlamentosottoscritta al momento da 139 tra cardinali, arcivescovi, vescovi – tra i quali mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – e abati, a chiusura dell’annuale convegno dei vescovi delle Aree interne.

Un significato nuovo perché lo spopolamento delle aree interne non è più soltanto, oggi, una nuova questione meridionale, ma interessa tutto il nostro Paese. Uno straordinario tesoro di saperi, di pratiche solidali e virtuosismo economico rischia di sparire – o sta già sparendo – perché il sistema Paese sembra non voler accogliere il grido di aiuto che arriva forte dalle nostre aree interne.

Una situazione allarmante

La recente pubblicazione del Piano strategico nazionale delle Aree interne, che aggiorna la Strategia nazionale per questi territori, delinea per l’ennesima volta il quadro di una situazione allarmante, soprattutto per il calo demografico e lo spopolamento, denuncia la Lettera. Nel testo vengono a un certo punto indicati alcuni obiettivi che, però, per la stragrande maggioranza delle aree interne, risultano irraggiungibili per mancanza di «combinazione tra attrattività verso le nuove generazioni e condizioni favorevoli alle scelte di genitorialità». Gli indicatori socio-economici più rilevanti, come l’Istat, fanno sapere che il destino delle aree interne sarebbe definitivamente segnato, al punto che l’Obiettivo 4 della Strategia nazionale s’intitola, Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile

Eppure, anche in queste aree, c’è vitalità, non muore la speranza. Soprattutto se la comunità ecclesiale è viva e cammina con le attese “della povera gente”. Esempi positivi sono le attività delle Caritas diocesane, o anche i diversi interventi promossi con i fondi dell’8xmille: attivazione di una rete d’infermieri e operatori sociosanitari di comunità, servizi di taxi sociale, valorizzazione delle risorse esistenti per favorire occupazione e imprenditorialità locale. 

La denuncia dei vescovi

«Come vescovi e pastori di moltissime comunità fragili e abbandonate, quindi, non possiamo e non vogliamo rassegnarci alla prospettiva adombrata dal Piano strategico nazionale delle Aree interne. Non possiamo del resto non considerare come, nel corso degli anni, documenti e decreti governativi e regionali siano finiti in un ingorgo di dispositivi legislativi per lo più inapplicati, non di rado utili soltanto a consolidare la distribuzione di finanziamenti secondo logiche politico-elettorali, mettendo spesso le piccole realtà in contrasto tra loro e finendo per considerare come progetti strutturali piccoli interventi stagionali». 

Invertire la narrazione

I firmatari della Lettera sollecitano, dunque, le forze politiche «a incoraggiare e sostenere, responsabilmente e con maggiore ottimismo politico e sociale, le buone prassi e le risorse sul campo, valorizzando un sistema di competenze convergenti, utilizzate non più per marcare differenze, ma per accorciare le distanze tra le diverse realtà nel Paese.

Chiediamo altresì di avviare un percorso plurale e condiviso in cui gli attori contribuiscano a costruire partecipazione e confronto così da generare un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico».

E puntano sulla qualità dei volti e delle storie che resistono nelle aree interne: «si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale; s’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità, telemedicina». 

In questi luoghi in cui la vita rischia di finire, essa può invece assumere una qualità superiore. Provare a invertire la rotta, allora, è più di un compito che spetta solo all’impegno delle realtà sociali e locali. Tocca alla politica farsi avanti. 

Restanza, in fondo, è una bella parola: basta leggerla dal verso giusto.