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La mobilità come luogo da abitare nel cammino “Verso l’alto”

Un mini-convegno per leggere la mobilità come luogo di accompagnamento nel cammino “Verso l’alto”.
21/01/2026 di Carmine Mastroianni

“Verso l’alto” non è soltanto il titolo di un convegno, ma una direzione di senso. È il movimento del cuore che orienta il servizio educativo ogni volta che scegliamo di restare fedeli al Vangelo e alla vita concreta delle persone. È lo slancio che ci spinge a stare dentro le domande, senza semplificarle, e ad accompagnare i cammini senza pretendere di controllarli.

Nel Convegno nazionale educatori e animatori di Azione Cattolica “Verso l’alto”, svoltosi a Riccione dal 5 al 7 dicembre 2025, il mini-convegno “Per una scelta educativa… mobile” si è inserito come uno spazio di ascolto e discernimento su una condizione sempre più diffusa: la mobilità. Non un tema da affrontare in modo teorico, ma una realtà che attraversa le vite di ragazzi, giovani, adulti e comunità, e che interpella profondamente il servizio educativo.

La mobilità non è solo partire o restare. È vivere passaggi, attraversare soglie, fare i conti con legami che cambiano forma. È una condizione che riguarda tutti: chi va via, chi accoglie, chi rimane, chi sperimenta la distanza dentro relazioni che cercano nuove modalità per restare vive. Il mini-convegno ha provato ad abitare questa complessità, senza scorciatoie, mettendo in dialogo sguardi diversi e lasciando emergere domande più che risposte.

A offrire uno sguardo ampio sul fenomeno è stato Alessandro Rosina professore ordinario di Demografia e Statistica sociale, che ha aiutato a collocare la mobilità dentro i grandi cambiamenti demografici del nostro tempo. I dati raccontano un’Italia segnata da forti squilibri: territori che si svuotano, grandi città che attraggono senza sempre riuscire ad accogliere, giovani costretti a muoversi per costruire il proprio futuro. Ma dietro i numeri ci sono persone, scelte, desideri di vita piena. La vera sfida, allora, non è fermare la mobilità, ma comprenderla e accompagnarla perché non diventi solitudine o sradicamento.

Accanto allo sguardo dei dati, il mini-convegno ha dato spazio alle storie. Ludovica Mangiapanelli da anni impegnata in Azione Cattolica e tra i fondatori del gruppo Fuorisede di Bologna, ha condiviso il vissuto di chi sperimenta la mobilità in prima persona: l’entusiasmo delle possibilità nuove, ma anche la fatica dell’instabilità; il desiderio di radicarsi e, insieme, la consapevolezza che nulla è definitivo. Essere “fuori sede” non è solo una condizione geografica, ma spesso un sentire profondo, che porta con sé il rischio di non sentirsi mai del tutto a casa. Da qui nasce una domanda educativa essenziale: quali legami resistono alla distanza? Quali comunità continuano a prendersi cura di chi parte?

A questa domanda ha risposto, da un’altra prospettiva, Salvatore Scibetta, che ha raccontato la scelta di tornare e restare nella propria terra d’origine dopo anni di mobilità per studio, lavoro e servizio associativo. Una scelta non semplice, fatta di compromessi, interrogativi e responsabilità quotidiane. Restare, ha ricordato, non è il contrario di partire: è un’altra forma di mobilità, più interiore, che chiede di abitare pienamente i luoghi e le relazioni, senza vivere il tempo come attesa o rinuncia. Una scelta che può diventare generativa quando nasce dal desiderio di prendersi cura di un territorio e di una comunità.

Dalle voci ascoltate è emersa una convinzione condivisa: educare non significa trattenere, ma accompagnare. Non offrire soluzioni valide per tutti, ma coltivare uno stile. Uno stile fatto di ascolto, prossimità, attenzione ai passaggi di vita. Uno stile che riconosce la mobilità come luogo educativo, non come problema da risolvere.

Dentro il cammino di Verso l’alto, il mini-convegno sulla mobilità ci ha lasciato una consegna semplice e impegnativa: imparare ad accompagnare senza possedere. Custodire i legami anche quando cambiano forma, restare presenti senza pretendere di fermare i percorsi. Forse non si tratta di trovare risposte definitive, ma di continuare una ricerca condivisa, come comunità capaci di camminare accanto alle persone, anche quando il cammino porta altrove.