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«La musica popolare, come il Mediterraneo, vista da lontano assomiglia a una distesa immobile, una tavola blu che unisce e separa i destini degli uomini. Ma basta scendere sulla riva per accorgersi che quella calma apparente è, in realtà, un eterno e perpetuo movimento». È esattamente in questa vertigine liquida che nasce la visione artistica e civile di Giuseppe De Trizio, fondatore dei Radicanto. Per il musicista, il Mare Nostrum non è mai stato un semplice bacino geografico o un fondale nostalgico su cui adagiare vecchi canti folk, ma il cuore pulsante della musica, quella che lui definisce «diplomazia del pentagramma». Si tratta di una scelta di campo rigorosa e controcorrente: cercare ostinatamente ciò che unisce i popoli lungo le sponde di questo mare, rifiutando tutto ciò che tende a dividerli. Attraverso la musica, e con il costante esercizio del pensiero stoico, De Trizio immagina un percorso che prende spunto dal passato in una visione contemporanea e concreta – lontana da ogni idealismo – per indagare il presente e gettare le basi del futuro.
Questa spinta trasforma la tradizione musicale in una «extradizione»: un linguaggio popolare che, pienamente consapevole della propria memoria, si rigenera nel neofolk per proiettarsi verso un domani possibile. Il Mediterraneo, d’altronde, è un insieme di complessità per sua stessa essenza, e la musica non fa che rifletterne l’anima profonda. De Trizio richiama a questo proposito una suggestione storica potente, citando uno dei suoi album più celebri, Le indie di quaggiù, nel quale «il Meridione d’Italia veniva indicato proprio come terra meticcia, un luogo in cui l’unione profonda delle culture e delle arti serve prima di tutto ad elevare l’animo umano». È all’interno della persona, infatti, che si compie il ritorno a se stessi, dove risiede la trascendenza tra l’umano e il divino.
In un’epoca che anestetizza i linguaggi e tende sistematicamente ad azzerare le diversità, questa identità meticcia e stratificata richiede un’attitudine culturale precisa, che De Trizio individua in un compito ben preciso: coltivare il dubbio. «Questo è un processo profondamente politico nel senso più nobile del termine, poiché rifiuta la propaganda e parla alla parte più intima dell’esistenza, creando una reale capacità di ascolto e di elevazione». Secondo la filosofia del cantautore, l’attitudine a non accontentarsi mai di ciò che si ha, tipica della cultura mediterranea, si rivela estremamente pericolosa per i regimi e per chiunque intenda imporre un’idea di sudditanza; al contrario, il potere costituito oggi cerca di livellare il potere della musica, ridimensionando la figura del cantautore e trasformando gli interpreti in meteore commerciali. Ma la musica popolare, che è l’essenza stessa del racconto mediterraneo, possiede ancora la forza di essere scomoda, di immaginare ciò che ancora non esiste. «Per questo diventa vitale tornare a un’etica del racconto che superi la virtualità, recuperando la bellezza». La storia stessa di questo mare dimostra che l’accoglienza e la convivenza sono possibili solo attraverso il sincretismo culturale, l’esatto opposto del livellamento moderno. Esempio illuminante è il fenomeno del tarantismo: «il pensiero cattolico originario non lo ha condannato né osteggiato, ma lo ha sincretizzato, tollerando la sua espressione
più genuinamente popolare e accogliendolo». Per ritrovare oggi questa capacità di accoglienza, il musicista suggerisce un approccio quasi meditativo, l’arte di «sentire la musica prima di averla ascoltata», facendo tacere l’io egoico per fare spazio all’ascolto dell’altro. Questa complessa
identità mediterranea, fatta di porti aperti e storie diverse, trova infine il suo ambasciatore perfetto nella figura di san Nicola. Il santo patrono di Bari è una figura cardine, generosa proprio perché capace di aprire le porte a chi le ha chiuse. Lungi dall’essere un’icona sbiadita o laterale, san Nicola rappresenta il trait d’union definitivo tra Oriente e Occidente: un “santo nero”, pragmatico, che prende posizione e sa arrabbiarsi per difendere gli ultimi. Una complessità umana che i Radicanto hanno tradotto in un canto di frontiera nella loro Ninna nanna di san Nicola, un ascolto necessario per ricordarci che, sulle sponde dello stesso mare, nessuno è davvero straniero.
