Come si fa a educare i giovani alla fede? Oggi, come si fa ad appassionarli al servizio? Come si fa a riportare i giovani a Messa? Come si fa a insegnare loro l'importanza di una comunità e il senso della Chiesa? Come si fa...?
"Come…?" È la parola che sembra la chiave della domanda educativa — o meglio, delle domande educative più difficili — quelle cui gli educatori del passato sembravano aver trovato facili risposte e che oggi sembrano diventate senza soluzione.
"Come...?" È la ricerca di una risposta concreta, di una soluzione praticabile, che tolga agli educatori quella percezione di impotenza che li fa sentire sconfitti, non all'altezza. Ma forse è proprio vero che la risposta alle domande che si aprono con il "come" non c'è, oppure che si affaccia solo dopo un lungo percorso. Allora forse bisogna cambiare domanda. Rendersi disponibili a interrogativi più aperti, più inquieti, più creativi. Interrogativi che ci mettono in gioco, che aprono ad orizzonti impensati.
Provo a cambiare la domanda: che cosa i giovani ci stanno dicendo con le loro inquietudini, con le loro lontananze, con le loro ricerche? E ce n'è un'altra ancora più appassionante: che cosa lo Spirito ci sta dicendo attraverso di loro?
I giovani sono la componente innovativa di una società: ascoltare le loro provocazioni, lasciarsi interrogare dai loro rifiuti e dalle loro ricerche aiuta tutti a non fissarsi in un tempo fermo, ma a stare dentro una storia che cammina. Una storia che può sorprenderci, interrogarci, ma che ci pone comunque delle provocazioni. Il dono che i giovani fanno al mondo è l’inedito, l’esplorazione del non ancora vissuto. Esplorazione: con quanto di rischioso e sorprendente questo può significare. Sono proprio i giovani che hanno l’audacia di spingersi su territori nuovi e sconosciuti; in loro la storia — quella umana, quella del cristianesimo, quella della Chiesa, così come la nostra storia personale — è aperta alla novità; non è destinata a fissarsi in ciò che è già stato vissuto, conosciuto, sperimentato. Al di là di ciò che sappiamo e viviamo, c'è qualcosa di nuovo che ci attende. Una novità forse ambigua, su cui siamo chiamati ad esercitare il nostro discernimento, ma nella fiducia che nella novità c'è un bene possibile, forse imprevedibile, forse spiazzante, e proprio per questo ancora più attraente e sfidante.
La vita dei giovani — quelli di oggi e quella di ogni tempo — racchiude questa carica innovativa, che si manifesta a volte in forme conflittuali, altre volte dialogiche, altre volte ancora nell'indifferenza o nella polemica nei confronti di tutto ciò che hanno ricevuto e che vedono incarnato nei loro padri e nelle loro madri.
Allora la domanda sul "come" agire si trasforma: che cosa ci stanno dicendo i giovani con le loro lontananze dalla Chiesa, dalla fede, dalla politica, dalle istituzioni? Che parola sono i loro rifiuti? E le loro ricerche?
Nel libro del profeta Gioele si legge:
“Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni” (Gl 3,1).
Gioele ha appena parlato del giorno del Signore, un giorno terribile, in cui Dio colpirà il suo popolo con castighi tremendi per indurlo a ravvedersi, ad aprire gli occhi sulla propria realtà di peccato e di lontananza. Ma dopo tutto questo, Dio effonderà il suo Spirito sopra ogni uomo.
I figli e le figlie di Israele diventeranno profeti. Ed eccola, la profezia: i vecchi faranno sogni, i giovani avranno visioni. I giovani guarderanno lontano e vedranno quello che chi ha lo sguardo allenato a guardare troppo vicino non riesce ancora a scorgere. Le visioni non sono le apparizioni degli angeli, ma è lo sguardo penetrante che vede oltre, che vede ciò che l'altro non riesce ancora a intravedere. E mi piace pensare che, come conseguenza di questo vedere lontano, i vecchi faranno sogni. È come se la visione dei giovani accendesse negli anziani la capacità di immaginare, di desiderare, di dare spazio al cuore, di pensare con il cuore. E di vedere con gli occhi del desiderio.
Oggi i giovani stanno mostrando una visione diversa del mondo e della Chiesa, della società e della vita cristiana. Sono protesi al futuro, sentono di poter dare qualcosa di nuovo in un contesto che si sta spegnendo, che non ha più una visione. Lo Spirito, che si posa su ‘ogni uomo’, si posa anche sugli adulti e gli anziani, sulle altre generazioni, perché riprendano a sognare, a pensare la vita, la Chiesa e l’essere cristiani dando spazio al desiderio, a immaginare un mondo nuovo credendolo possibile.
Il Sinodo dei giovani del 2018 ha definito i giovani un "luogo teologico". La Christus vivit ha sviluppato questa intuizione: i giovani sono una di quelle situazioni in cui Dio parla, ci parla.
Abbiamo bisogno dei giovani per reimparare a sognare. I giovani hanno tanto da insegnare a genitori e docenti, sacerdoti ed educatori. Ci provocano con la loro domanda di autenticità, di pace, di giustizia. È una ricerca inquieta la loro; non è pura, così come non sono puri i nostri attaccamenti al passato. Non tutto è puro nella loro domanda di novità, così come non tutto è puro negli stili di vita di chi li ha preceduti.
Se nei giovani Dio ci parla, non ci resta che metterci in ascolto, sapendo che Dio non usa un megafono ma si comunica per indizi; parla per sussurri; si svela nelle intuizioni. Occorre un "orecchio verde", come quello della filastrocca di Gianni Rodari. Così, quasi presi per mano dai giovani ai quali ci dedichiamo, ci accorgeremo che con loro possiamo reimparare a sognare.
