Passa al contenuto

Iran, intervista a Zakeri

Shirin Zakeri: “Non restiamo indifferenti, sosteniamo il dialogo. I giovani vogliono un futuro di libertà”
09/03/2026 di Beatrice Zabotti

È trascorsa una settimana esatta dall’inizio della nuova guerra in Medio Oriente, dopo l’attacco all’Iran di sabato 28 febbraio da parte di Stati Uniti e Israele. Il Paese è ripiombato ora in una situazione di grave crisi, nella speranza che il conflitto trovi presto una fine e si possa giungere a un tempo di ricostruzione, partecipazione e democrazia. Ne abbiamo parlato con Shirin Zakeri, iraniana, docente di storia e politica dell'Asia occidentale e dell'Iran contemporaneo all'Università Unitelma Sapienza e all'Università La Sapienza di Roma.

Per iniziare, come stanno vivendo le persone in Iran questa escalation e quali sono le loro principali preoccupazioni? Ha potuto contattare la sua famiglia? La popolazione è stata colta di sorpresa o era in qualche modo pronta a fronteggiare l’eventualità di questi nuovi attacchi, che hanno portato anche alla morte di Ali Khamenei?
Gli iraniani stanno cercando luoghi sicuri, magari allontanandosi dalle vicinanze di basi militari, uffici di polizia, ospedali, scuole, palestre e da qualsiasi edificio di grandi dimensioni che potrebbe diventare bersaglio dei bombardamenti. Molti stanno lasciando le città per spostarsi verso le periferie o verso altre località considerate meno pericolose. Tuttavia, sappiamo che già 174 città sono state colpite dai raid americani e israeliani.
Anche le comunicazioni sono diventate estremamente difficili. In Iran è in corso un blackout quasi totale di internet, e questo rende molto complicato avere notizie affidabili o contattare familiari e amici dall’estero. In molti casi restano possibili solo comunicazioni frammentarie all’interno del Paese, mentre per chi vive fuori dall’Iran l’angoscia è aggravata proprio dall’impossibilità di sapere con certezza come stiano i propri cari.
La popolazione, dopo la guerra dei 12 giorni nel mese di giugno 2025, iniziata da Israele, sapeva che avrebbe potuto verificarsi un nuovo attacco, ma non immaginava una situazione di questa gravità e ampiezza, tale da coinvolgere anche gli Stati Uniti”.

Può aiutarci a ricordare come siamo arrivati a questa situazione? Guardando alla storia recente e ai processi politici e sociali che hanno modellato l’Iran, quali elementi e quali passaggi storici e sociali hanno preparato il terreno per le tensioni attuali?
L’Iran di oggi è il risultato di un lungo percorso storico e politico. Dal 1979, con la rivoluzione islamica, il Paese è guidato da una élite politico-religiosa che ha costruito un sistema teocratico, non democratico. Da allora, il regime ha fondato la propria legittimità su alcuni pilastri: il controllo interno, l’indipendenza dalle potenze straniere, soprattutto occidentali, e una forte opposizione a Israele e all’influenza americana nella regione.
Per capire le tensioni attuali bisogna però guardare anche più indietro. Nella memoria politica iraniana pesa ancora il colpo di Stato del 1953 contro il governo di Mossadeq, sostenuto da potenze straniere e CIA, così come il lungo sostegno occidentale allo Shah Mohammad Reza Pahlavi. Dopo il 1979, questa esperienza ha rafforzato l’idea che l’Iran dovesse difendersi da ogni ingerenza esterna che si occidente che oriente.
Un altro passaggio decisivo è stata la guerra tra Iran e Iraq dal 1980 al 1988, che ha segnato profondamente lo Stato e la società. Da quel conflitto sono usciti rafforzati l’apparato militare e di sicurezza, in particolare i Pasdaran (Guardie rivoluzionarie), che oggi non rappresentano solo una forza armata, ma anche un centro di potere politico, economico e ideologico molto influente.
Negli anni successivi, l’Iran ha cercato di consolidare la propria influenza regionale sostenendo diversi attori alleati in Medio Oriente, come Hezbollah in Libano e gruppi sciiti in Iraq. Questa strategia è stata presentata dal regime come uno strumento di difesa e di deterrenza, ma ha anche aumentato le tensioni con Israele, con gli Stati Uniti e con altri attori regionali. In questo quadro si inserisce anche la questione dell’energia nucleare uso civile, che per Teheran rappresenta un diritto sovrano e un simbolo di indipendenza, mentre per i suoi avversari è diventata una fonte permanente di allarme e conflitto.
Sul piano interno, però, l’Iran arriva a questa fase in una condizione di grande fragilità. Anni di cattiva gestione, corruzione, repressione e isolamento internazionale hanno indebolito profondamente il Paese. Le sanzioni hanno aggravato una crisi economica già pesante, colpendo soprattutto la popolazione: inflazione, disoccupazione, svalutazione della moneta, impoverimento del ceto medio e crescente difficoltà ad accedere a beni essenziali. L’uscita unilaterale dell’amministrazione Trump dall’accordo sul nucleare, il JCPOA, nel 2018, e l’imposizione di nuove sanzioni hanno peggiorato ulteriormente la situazione.
Allo stesso tempo, la società iraniana è cambiata profondamente. Oggi esiste una distanza sempre più evidente tra il potere e una popolazione giovane, istruita, urbanizzata, che chiede libertà, diritti, dignità e un futuro diverso. Negli ultimi anni la società civile non è mai rimasta immobile: ci sono state numerose proteste, nate per ragioni economiche, politiche e sociali, quasi sempre represse con violenza. Questo dimostra che, già prima della guerra, il Paese viveva una forte tensione interna”.

In questo momento di grande preoccupazione e cambiamento, cogliamo che nelle città iraniane ci sono sentimenti contrastanti tra la popolazione, tra attese di trasformazione e timori per il futuro. Come interpreta questo clima sociale e quali effetti può avere sulla vita quotidiana e sulle dinamiche comunitarie?
Sì, oggi tra gli iraniani convivono sentimenti molto contrastanti. Da una parte, soprattutto all’inizio, alcuni hanno pensato che questo attacco potesse aprire la strada alla fine dell’autorità della Repubblica islamica dell’Iran. C’era quindi, in una parte della popolazione, l’idea che potesse rappresentare l’inizio di un cambiamento. Dall’altra parte, però, è diventato subito chiaro che non si tratta di una soluzione immediata e che la guerra potrebbe continuare per settimane o addirittura mesi. Questo sta generando paura, angoscia e grande preoccupazione anche tra coloro che, in un primo momento, potevano aver visto con favore un attacco militare.
Soprattutto ora che vediamo colpiti anche molti luoghi civili e che migliaia di persone hanno perso la vita, il clima sociale è segnato da shock, insicurezza e smarrimento. La vita quotidiana è sconvolta: le famiglie cercano luoghi più sicuri, molte persone lasciano le città, le comunicazioni sono difficili e cresce un forte senso di precarietà. Tutto questo incide profondamente anche sulle dinamiche comunitarie, perché aumenta la paura, ma allo stesso tempo rafforza in molti casi la solidarietà tra parenti, vicini e reti locali di aiuto.
Il punto più doloroso è proprio questo: molti iraniani desiderano la fine di questo regime, ma allo stesso tempo si trovano davanti a una realtà in cui, nel pieno dei bombardamenti e dell’aggressione militare, l’unica struttura che appare ancora in grado di reagire e organizzare una risposta è proprio lo Stato esistente. Questa contraddizione produce un sentimento collettivo molto complesso, fatto insieme di speranza di cambiamento, paura della distruzione e incertezza profonda sul futuro”.

Quali spiragli di de-escalation si possono intravvedere per cambiamenti democratici e partecipazione della società iraniana? Possiamo individuare segnali concreti di evoluzione e pace per il popolo iraniano?
In questo momento, con il Paese sotto le bombe, è molto difficile parlare di spazi reali di de-escalation, di partecipazione democratica e persino della sopravvivenza stessa della società civile. La priorità immediata, oggi, è fermare la guerra e proteggere la popolazione civile. Senza un cessate il fuoco e senza garanzie minime di sicurezza, è difficile immaginare un percorso concreto di evoluzione democratica.
Prima della guerra, però, la società civile iraniana era tutt’altro che passiva. Molti attivisti, movimenti e reti indipendenti continuavano a chiedere diritti, libertà e maggiore partecipazione politica, nonostante la repressione. Esisteva quindi una domanda reale di cambiamento, che veniva dalla società e non dal potere.
In questo quadro, alcuni attivisti avevano anche cercato di richiamare l’attenzione della comunità internazionale sul principio della “Responsibility to Protect”, cioè la responsabilità di proteggere le popolazioni civili da atrocità di massa. Come R2P che si tratta di un principio politico internazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite. Ma proprio quando è stata inviata la richiesta di giustizia per il massacro di migliaia di iraniani durante la repressione dell’8 e 9 gennaio da parte delle autorità iraniane contro i manifestanti, la mattina seguente, il 28 febbraio, Israele ha attaccato l’Iran, interrompendo la possibilità di una soluzione pacifica.
Oggi, tuttavia, la guerra rischia di schiacciare tutto: la società civile, le possibilità di organizzazione dal basso e ogni prospettiva di trasformazione pacifica. Per questo gli eventuali spiragli di pace e di cambiamento democratico passano prima di tutto dalla fine delle ostilità, dalla protezione dei civili e dalla riapertura di uno spazio politico in cui gli iraniani possano tornare a esprimersi liberamente e decidere del proprio futuro”.

Negli ultimi tempi, le donne in Iran hanno vissuto profonde trasformazioni tra restrizioni e lotte per l’emancipazione e la partecipazione civile. Qual è oggi il loro ruolo nella società iraniana, e in che modo continuano in questi giorni a combinare resistenza e protagonismo sociale?
Come dicevo, quando c’è una guerra tutte le rivendicazioni sociali e politiche passano inevitabilmente in secondo piano, perché la priorità immediata, per donne e uomini, diventa salvare vite umane e aiutare chi si trova sotto i bombardamenti. In questo momento, anche per le donne iraniane, la prima forma di resistenza è proteggere le persone, sostenere le famiglie e tenere unite le comunità in una situazione di estremo pericolo.
Questo però non significa che il loro protagonismo si sia fermato. Al contrario, le donne continuano a essere una parte fondamentale della società iraniana e della sua capacità di resistere. Negli ultimi anni hanno avuto un ruolo centrale nelle richieste di libertà, dignità, diritti e partecipazione civile, e questa forza non è scomparsa. Oggi si esprime in forme diverse, più legate alla sopravvivenza, alla solidarietà e al sostegno reciproco, ma resta un elemento essenziale della società civile iraniana.
Quindi, anche in questi giorni drammatici, le donne non sono affatto assenti: semplicemente, la loro resistenza assume innanzitutto la forma della cura, della protezione e della presenza attiva accanto a chi soffre”.

Di fronte alla situazione in Medio Oriente e in Iran, domenica scorsa Papa Leone XIV all’Angelus ha lanciato un appello accorato alla pace e alla responsabilità morale, sottolineando il ruolo del dialogo e della diplomazia per una convivenza fondata sulla giustizia. Quale contributo possiamo dare come cristiani e come europei per imparare a costruire dialogo e percorsi di pace?
Credo che ogni essere umano, a prescindere dalla religione, dall’etnia o dal gruppo a cui appartiene, debba alzare la voce e condannare questa guerra, che sta togliendo la vita e la dignità a persone innocenti, vittime di poteri che sembrano guardare soltanto ai propri interessi politici. Pensiamo alla scuola di Minab, dove sono stati uccisi sotto le bombe statunitensi, causando l’uccisione di 175 studenti tra i 7 e i 12 anni.
Come cristiani, ma anche più in generale come cittadini europei, il contributo più importante che possiamo dare è non restare indifferenti: difendere il valore della vita umana, chiedere con forza il cessate il fuoco, sostenere il dialogo, la diplomazia e ogni iniziativa capace di fermare l’escalation. Parlare di pace non significa restare neutrali davanti alla sofferenza, ma scegliere di stare dalla parte delle vittime, dei civili, delle famiglie colpite, di chi perde tutto sotto le bombe.
In Iran vive anche una minoranza cristiana storicamente riconosciuta dallo Stato, che ha persino una propria rappresentanza parlamentare. Anche loro, in questo momento, come tutti gli altri cittadini iraniani, sono sotto le bombe e rischiano la vita. Questo ci ricorda che la guerra non distingue e che il dolore colpisce intere comunità, senza differenze di fede.
Per questo costruire dialogo e percorsi di pace significa, prima di tutto, riconoscere l’umanità dell’altro, rifiutare la logica della guerra come soluzione e sostenere con coraggio una giustizia che non sia vendetta, ma protezione della vita, dei diritti e della dignità di tutti”.

Guardando al futuro, quali scenari individua per la società iraniana? Esistono possibilità concrete che possano indicare vie alternative alla violenza e all’incertezza politica, economica e sociale, magari rendendo protagoniste le nuove generazioni?
Sì, ma solo se la guerra finirà. Quello che stava accadendo in Iran, con la resistenza del popolo che continuava nonostante un prezzo altissimo in termini di repressione, è stato bruscamente interrotto dalle bombe americane e israeliane. A questo si aggiunge il peso devastante delle sanzioni economiche, che da anni ricade soprattutto sulle spalle della popolazione.
L’Iran resta però un Paese con una società molto viva, in gran parte composta da giovani: l’età media è bassa e parliamo di una popolazione di circa 90 milioni di persone. Proprio per questo, stabilità economica e sicurezza sociale sarebbero condizioni fondamentali per permettere alle nuove generazioni di costruire un futuro diverso e diventare protagoniste del cambiamento.
Oggi, però, il Paese si trova in una fase molto oscura. Non sappiamo quanto durerà questa guerra, né quanto resterà da ricostruire se il conflitto continuerà ancora. Il rischio è che le conseguenze siano così profonde da compromettere per anni ogni prospettiva di rinascita. E c’è anche il timore che, come è avvenuto in altri Paesi della regione, una parte importante delle nuove generazioni sia costretta a partire, senza più voler tornare.
Tutto dipenderà quindi da come andrà questa guerra e da ciò che resterà del Paese sul piano umano, sociale ed economico. Ma una cosa è certa: tra i giovani iraniani esiste ancora, ed è molto forte, la volontà di ricostruire il proprio Paese e di immaginare un futuro diverso, libero dall’attuale regime”.