Passa al contenuto

Il Mediterraneo è già tra i banchi

Tra pluralismo e diseguaglianze, le nostre classi riflettono la complessità del mondo. Da Bari la sfida per non cedere all'indifferenza
Shutterstock | Ba_peuceta

C'è una storia che non viene mai raccontata per intero a scuola: quella di come siamo arrivati tutti qui, ciascuno con il proprio percorso, la propria lingua di casa, la propria idea di Dio. Eppure quella storia è seduta accanto a noi ogni mattina. 

Nelle scuole italiane oggi più di uno studente su otto non ha la cittadinanza italiana, e quasi due terzi di loro sono nati qui, hanno imparato a leggere qui, forse non hanno mai visto il Paese da cui vengono i loro genitori. Sono figli di percorsi migratori che attraversano il Mediterraneo da decenni, percorsi che continuano mentre noi studiamo: solo nel 2024, oltre 2.400 persone hanno perso la vita cercando di attraversare quel mare. Tra loro, centinaia di minori. Non è un dato di cronaca da archiviare: è il contesto dentro cui viviamo, che lo nominiamo o no.

Le nostre classi in questo senso sono già specchio della società che abitiamo e riconoscerlo significa riconoscere che i molti temi che solcano il Mediterraneo sono già dentro le nostre vite, nei volti dei compagni, nelle storie che non sempre si raccontano ad alta voce, nell'inquietudine che si sente quando arrivano notizie di conflitti che sembrano lontani ma che hanno cambiato la composizione delle nostre classi, i percorsi delle nostre famiglie, il modo in cui guardiamo al futuro. E significa anche riconoscere che molti di quei compagni portano con sé appartenenze religiose diverse dalla nostra: islam, ebraismo, ortodossia, induismo, buddhismo. La classe è già, volenti o nolenti, un luogo di pluralismo religioso. La domanda è se lo viviamo come un dato neutro da ignorare o come un'occasione di conoscenza reale. 

Il convegno di Bari sceglie quindi il Mediterraneo come cornice non per suggestione paesaggistica, ma perché è uno spazio che costringe a fare i conti con questa complessità: è allo stesso tempo luogo di incontro tra culture e civiltà, teatro di conflitti aperti in cui la religione è spesso strumentalizzata come carburante dell'odio, e allo stesso tempo sorgente di tradizioni spirituali che da secoli cercano, quando ci riescono, un linguaggio comune.

Per noi studenti e credenti, questo pone una domanda precisa: cosa significa portare la propria fede dentro questi spazi senza chiuderla in se stessa? La fede non è un'identità da difendere contro le altre è, se la prendiamo sul serio, una prospettiva da cui guardare il reale, anche quando il reale è scomodo. Stare accanto a chi crede diversamente, o a chi non crede, non indebolisce questa prospettiva: la mette alla prova, la affina, la obbliga a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è abitudine. È una delle esperienze più formative che un percorso associativo possa offrire, e non è separabile dal resto della vita, dalla scuola, dalle amicizie, dalle domande sul futuro.

Perché quella domanda sul futuro è reale e urgente. L'ansia che molti di noi sentono non è un capriccio generazionale: è documentata, diffusa, e ha radici concrete. Guerre che ridisegnano i confini dell'Europa, crisi climatica, mercato del lavoro che offre prospettive sempre più incerte. Costruire un'identità stabile e aperta in questo contesto non è banale, e la fede non risolve questa instabilità per decreto, ma può offrire qualcosa che i dati da soli non danno: un orientamento, una radice da cui ripartire anche quando le coordinate si spostano. La scommessa che Bari ci propone va in questa direzione: imparare a stare dentro la complessità senza risolverla per forza, riconoscere nell'altro, anche in chi viene da una storia e da una fede diversa, non una minaccia ma una risorsa per capire meglio il mondo e noi stessi.

Tutto questo ha però bisogno di un contesto che lo renda possibile, e qui entra la dimensione più squisitamente politica. La scuola è, nella sua vocazione costituzionale, lo spazio in cui una democrazia prova a formare cittadini eguali a prescindere dall'origine. Quella promessa è sistematicamente disattesa. Uno studio presentato alla Camera dei Deputati nel maggio 2025 documenta che il divario di apprendimento in matematica tra uno studente del Sud e uno del Nord-Est equivale, in media, a oltre due anni di scolarizzazione. A questo si aggiunge che gli studenti con background migratorio alle superiori ripetono l'anno con un tasso tre volte superiore a quello dei compagni italiani. Non è un problema di singoli: è l'esito di scelte stratificate nel tempo, che producono una scuola a più velocità in cui il punto di partenza determina in larga misura il punto di arrivo. Una scuola così non genera convivenza: la simula. E una fede che non si accorge di questa struttura rischia di diventare decorazione.

Siamo la generazione che studia mentre il mondo intorno si trasforma più velocemente di quanto riusciamo a nominare. Tutto questo non è uno sfondo, è la materia viva della nostra formazione. Non è un peso: è una posizione. E una posizione, se la si riconosce, diventa un punto da cui agire, non come risposta definitiva alle contraddizioni che abbiamo nominato, ma come pratica quotidiana di uno stile: quello di chi non usa la complessità come alibi per l'indifferenza. Bari è l'occasione per prendere sul serio questo impegno, per chiederci insieme cosa stiamo generando nei contesti che già abitiamo. Non un punto di arrivo, ma una rotta.