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Gaza. L’economia del genocidio

Morte e povertà le armi di ricatto per costringere un popolo a scappare
16/09/2025 di Giovanni Pio Marenna

Il bagno di sangue degli ultimi due anni ha fatto crollare il mercato alimentare nella Striscia di Gaza e messo in ginocchio edilizia, agricoltura e turismo in Israele. Tra le conseguenze del 7 ottobre 2023 ci sono anche i blocchi agli accessi in Israele per decine di migliaia di manovali e lavoratori palestinesi. A risentirne sono le loro famiglie, ma anche le imprese edili israeliane rimaste senza manodopera. Si cercano vie d’uscita.

La mattanza che la popolazione di Gaza subisce da anni, ben prima del tragico 7 ottobre 2023, dovrebbe spingerci a guardare – come in uno specchio – alla carneficina che oggi si consuma sotto gli occhi, più o meno impotenti, delle nomenklature del mondo. E a riflettere sulle condizioni socio-economiche di Gaza, già drammatiche prima che l’uragano di morte e distruzione israeliano si abbattesse indistintamente su “buoni e cattivi”: senza misericordia per i secondi e senza riguardo per la vita dei primi (bambini malnutriti e uccisi, civili trucidati nel tentativo di recuperare aiuti alimentari e sanitari).

Uno sguardo a prima del 7 ottobre

Proviamo a fare un passo indietro, prima dell’attacco a Gaza seguito al crudele assalto di Hamas. Immaginiamo oltre due milioni di persone confinate in uno spazio grande meno della Valle d’Aosta, tra i più densamente popolati al mondo, costrette a resistere con un accesso inadeguato all’acqua potabile, con una fornitura di elettricità intermittente e con un sistema fognario insufficiente. Due terzi della popolazione vivevano in povertà e il 45% della forza lavoro era disoccupata già prima dell’ultima operazione militare. La valutazione della Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) era impietosa: anche nel 2022 il ripristino delle condizioni socio-economiche di Gaza avrebbe richiesto decenni e massicci aiuti internazionali.

Una macelleria sociale nei Territori occupati

Con l’invasione e i blocchi successivi, decine di migliaia di lavoratori palestinesi – operai, manovali, agricoltori, artigiani – hanno perso l’accesso al lavoro in Israele. Una vera e propria macelleria sociale che riguarda tutti i Territori occupati. E non che in Cisgiordania la situazione sia migliore. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, i palestinesi rimasti senza lavoro dal 7 ottobre 2023 avrebbero ancora diritto al salario e all’accesso al posto di lavoro. Attualmente, però, sono circa 8.000 i palestinesi della Cisgiordania autorizzati a lavorare in Israele, contro i 300.000 che vi lavoravano prima del 7 ottobre. Sono dunque almeno 282.000 i lavoratori – carpentieri, muratori, impiantisti, pittori – rimasti esclusi.

A centinaia di migliaia di famiglie palestinesi della Cisgiordania viene negato il salario, insieme al diritto a un’esistenza dignitosa e alle libertà civili. Funzionari dell’intelligence israeliana hanno più volte chiesto al governo di rivedere la politica di chiusura, definita una vera bomba sociale pronta a esplodere, data l’alta disoccupazione e il rischio legato al lavoro illegale. Secondo il quotidiano Yediot Ahronoth, sarebbero già fino a 40mila i palestinesi che lavorano senza permesso in Israele. La strategia di impedire lo sviluppo di un’economia autonoma palestinese appare chiara da tempo, ben prima degli attentati di Hamas.

Il prezzo pagato anche dall’economia israeliana

Il blocco dei lavoratori palestinesi si è rivelato dannoso anche per Israele. Le imprese edili e agricole soffrono la carenza di manodopera, con conseguenze pesantissime: nei cantieri residenziali israeliani, nel primo anno di bombardamenti su Gaza, si è registrato un crollo del 95%. Una cifra spaventosa. Altri settori, come l’agricoltura e i servizi pubblici, hanno subito gravi perdite, mentre il turismo è calato di tre quarti dall’inizio dell’invasione a oggi (dati del Ministero del Turismo israeliano). L’edilizia, che da sola rappresenta quasi il 10% dell’economia israeliana, è il comparto più colpito. Resistono invece – com’era prevedibile – la tecnologia e l’industria bellica.

Per molti palestinesi privati del lavoro si sono aperte strade pericolose: dalla nascita di piccole bande criminali all’arruolamento nei gruppi terroristici che sfruttano la disperazione e l’indigenza.

Povertà in crescita, utili miliardari per le multinazionali

In Israele, intanto, la povertà cresce e il costo della vita aumenta. La sostituzione dei lavoratori palestinesi con manodopera straniera ha comportato spese aggiuntive per interpreti, visti, vitto e alloggio. Le organizzazioni umanitarie attive sul territorio segnalano un raddoppio della domanda dei loro servizi.

Chi guadagna da tutto questo? Non certo la popolazione israeliana o palestinese, bensì le aziende belliche, le multinazionali che gestiscono risorse naturali, banche, fondi di investimento, grandi atenei e società high-tech. Una miniera d’oro costruita sul sangue di chi ogni giorno muore.

«In Israele si è ormai istituzionalizzata una vera e propria economia del genocidio», scrive Francesca Albanese nel suo ultimo rapporto Onu From economy of occupation to economy of genocide. Una situazione che consente a imprese nazionali ed estere di accumulare profitti enormi, sia direttamente con la vendita di armi, sia indirettamente con la fornitura di beni e servizi. Tutto questo mentre, tra sangue e macerie, ogni diritto umanitario internazionale viene sistematicamente violato.