Passa al contenuto

Esortazione

Oltre l'egocultura, lo sguardo dello Spirito che vede e coltiva il bene
Rubrica: Filoverba
29/06/2026 di Lucia Solera

Non possiamo negarlo: siamo continuamente bombardati da messaggi che puntano a convincerci; attirarci dalla loro parte. Veniamo ammaliati, affascinati, e sempre siamo esposti alla capacità persuasiva del subliminale, così come alla forza aggressiva dell’esplicito. La pubblicità è emblematica in questo senso: compra, fai, vai, vedi, raggiungi, goditi… sono gli imperativi dell’egocultura che imperversa.

Una continua attenzione a se stessi, su cui facilmente fa leva lo stile imperativo-seduttivo che dall’esterno vuol dettare legge su come dobbiamo vivere.

Proprio in questo nostro attuale contesto, così complesso e ambiguo, alimentare una prospettiva diversa, come la capacità di esortazione, libera per tutti spazi di “ossigeno”, permette, cioè, di ritrovare un respiro altro sull’esistenza, sulle relazioni e, prima ancora, su Dio.

Ma cosa significa, precisamente, esortare?
Sgombriamo il campo da possibili equivoci: l’esortazione non ha nulla a che fare con il sedurre, il voler portare a sé, convincere a tutti i costi, in maniera subdola magari, o comunque interessata.
Nemmeno è imparentata con una forma semplicistica di incoraggiamento, pacche sulla spalla et similia: “dai che ce la fai”… no, nulla di tutto questo.

Esortazione, nella sua pregnanza evangelica, è l’attitudine a riconoscere il bene ovunque esso sia presente, anche se piccolo, embrionale, così da incoraggiarlo in vista della sua crescita.
L’esortazione fa parte dell’equipaggiamento del cristiano maturo. Adulto nella fede. Che sa proiettare fuori di sé un modo di guardare libero da se stesso, libero dal confronto, libero da possibili ritorni di gratificazione.

Sì: l’esortazione nasce da un tipo di sguardo, dal vedere.

Allora possiamo farci una prima domanda: tu, quando guardi, cosa vedi? Vedi un concorrente? Vedi una minaccia? O vedi una possibilità? Un germoglio? Cosa vedi?

Se ci volgiamo ai vangeli, riscontriamo che un unico termine ha una doppia valenza: paráclesis, in greco, significa sia consolazione che esortazione. Paraclito è il nome proprio dello Spirito Santo, secondo l’evangelista Giovanni. Lo Spirito ha questo di specifico: si pone accanto a noi per con-solarci, cioè per rompere la nostra solitudine, e al tempo stesso per esortarci, cioè per custodire quel bene che siamo, anche se avviluppato da tante cose che bene non sono, e accompagnarlo a svilupparsi. Continuamente lo Spirito porta avanti dentro di noi quest’azione, col suo soffio discreto e potente insieme.

Se ci pensiamo bene, ognuno di noi conserva grata memoria di chi ha saputo vedere in noi il bene, magari più di quanto non ne fossimo capaci noi stessi; vedere e intravedere gli sviluppi positivi delle nostre potenzialità.

Gli Atti degli Apostoli ci presentano una splendida figura di credente: Giuseppe soprannominato Barnaba, cioè “figlio dell’esortazione”. Il suo stile, il suo “carisma”, la sua modalità di approccio alla vita, alle cose, al mondo, è proprio l’esortazione. A caratterizzare Barnaba è la capacità di riconoscere il bene anche quando esso si presenta con modalità distanti da come lui sarebbe portato a pensarlo. Attenzione: l’esortazione, e la figura di Barnaba lo dice bene, è sì dono dello Spirito, ma anche virtù coltivata con perseverante cura e pazienza: non a caso si sottolinea che egli era uomo «virtuoso e pieno di Spirito santo» (At 11, 24).

Barnaba sapeva che riconoscere il bene non è cosa né facile né da ingenui, ma richiede maturità, capacità di discernimento, distacco da sé e la grande fatica di accompagnarlo.

Soprattutto, saper godere del bene espresso dagli altri è indice di un cuore che ha vinto l’insidia dell’invidia, la quale per antonomasia è l’incapacità di godere del bene altrui, per via dell’occhio malato con cui lo guardo.

«Quando vide la grazia del Signore – che cioè il Vangelo veniva accolto con tanto entusiasmo dai greci -, Barnaba si rallegrò». Così sinteticamente raccontano gli Atti degli Apostoli (At 11, 23). E in questi due verbi: vedere-rallegrarsi, è racchiusa tutta la personalità di Barnaba.

La Chiesa degli inizi poté svilupparsi ed espandersi presso culture molto distanti da quella giudaica iniziale, anche grazie a Barnaba, al suo modo di guardare, così intriso di benevolenza e di incoraggiamento.

Un’ultima notazione. Barnaba comprende che l’esortazione, da sola, non basta. Non è preoccupato di riempire da solo la scena, non vuole “fare tutto da solo”. Intuisce che c’è bisogno dell’intervento di altri carismi, a partire da quello dell’insegnamento: per questo chiama Paolo ad aiutarlo nella missione evangelizzatrice. Poi, ad un certo punto, Barnaba esce di scena. Il focus della narrazione degli Atti si concentra su Paolo, mentre di Barnaba non si dice più nulla. Silenzio.

I veri figli dell’esortazione si riconoscono dal fatto che danno voce al Vangelo della grazia senza clamore.