C’è un momento dell’anno scolastico che porta l’attenzione di tutti sulla scuola: il periodo dell’Esame di Stato, o Esame di Maturità. Negli ultimi anni, però, se ne inizia a parlare con mesi d’anticipo, non solo per l’annuncio delle materie oggetto di prova, ma soprattutto per le frequenti modifiche che le modalità d’esame subiscono. Quest’anno, ad esempio, sono state toccate sia le prove scritte sia il colloquio orale, fino al ritorno stesso della denominazione “Esame di Maturità”.
Questi continui cambiamenti non sono innocui, ma producono conseguenze evidenti: incertezza, mancanza di un indirizzo chiaro per la didattica, fino a una progressiva perdita di valore e significato dell’esame stesso.
1. Incertezza
Negli ultimi anni è diventata una scena frequente nelle scuole italiane: docenti che entrano in classe e dedicano tempo a spiegare agli studenti l’ultima modifica alle prove di maturità o alla griglia di valutazione. Le modalità d’esame diventano così un argomento ricorrente di discussione, ogni tanto più dei contenuti disciplinari stessi.
Introdurre incertezza, dubbi e confusione tra docenti e studenti, porta periodicamente a dover ridefinire le proprie priorità, distogliendo l'attenzione dai contenuti per concentrarla sulle forme della valutazione. Generando ansie non necessarie, alimentate proprio da questa instabilità.
Questa situazione sposta l’attenzione dal “cosa imparare” al “come sarò valutato”, con un effetto distorsivo. Invece di rappresentare un punto di arrivo chiaro verso cui orientare il percorso, l’esame diventa un oggetto incerto, in continua ridefinizione.
2. Collegamenti tra materie e direzione della scuola
Ogni esame finale, per sua natura, orienta il sistema che lo precede. Se si chiede agli studenti di costruire collegamenti tra le discipline, inevitabilmente anche la didattica tenderà, nel tempo, a favorire approcci interdisciplinari. Se invece si privilegia la preparazione su contenuti specifici e standardizzati, l’insegnamento si strutturerà in quella direzione.
A volte abbiamo l’impressione che l’esame venga modificato più per stimolare il dibattito politico che per orientare realmente la didattica e la valutazione. Cambiare così spesso fa perdere alle scelte valutative il loro potere principale: quello di indirizzare il percorso di apprendimento negli anni precedenti. Senza una direzione stabile, l’esame rischia di perdere anche il suo scopo.
Per questo motivo, modificare frequentemente l’esame significa anche modificare continuamente la direzione della scuola, senza mai mantenerla abbastanza a lungo da produrre effetti profondi e stabili. La scuola rischia così di oscillare tra modelli diversi senza consolidarne nessuno.
3. La valutazione del grado di maturazione personale
Un esempio particolarmente significativo delle difficoltà attuali è rappresentato dalla valutazione del colloquio orale. Nell’ultima griglia pubblicata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, 5 dei 20 punti del colloquio sono riservati al “grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità”.
Si tratta di una richiesta molto ambiziosa, ma anche problematica. Ai cinque membri della commissione (un presidente esterno, due commissari interni e due esterni) viene chiesto di valutare, in un colloquio di circa un’ora, aspetti profondi e complessi della persona.
È evidente che questa valutazione ricadrà principalmente sui commissari interni, che conoscono lo studente da più tempo. Tuttavia, rimane una questione di fondo: è davvero possibile racchiudere in un numero il grado di maturazione personale di una persona? Ogni studente cresce in contesti diversi, affronta esperienze differenti, sviluppa autonomia e responsabilità in modi non sempre comparabili.
Questo elemento evidenzia l’ambiguità
dell’esame odierno: da un lato pretende di essere una valutazione
oggettiva, dall’altro introduce criteri profondamente soggettivi.
4. Quale funzione per l’Esame?
L’Esame di Maturità nasce nel 1923 con la riforma Gentile, con una funzione chiara: selezionare chi potesse accedere all’università e, in prospettiva, alla classe dirigente del Paese. Non a caso, nel 1924 solo uno studente su quattro superava l’esame.
Oggi questa non è più la funzione che chiediamo all’esame di avere. Solo una piccola percentuale di studenti non viene ammessa, e oltre il 99% di chi sostiene l’esame ottiene almeno 60/100.
Venuta meno la funzione selettiva, restano due possibili ruoli. Il primo è quello di fornire un punteggio sintetico utilizzabile da università, datori di lavoro e istituzioni. Il secondo è quello di rappresentare un momento formativo significativo, che spinga gli studenti a dare il meglio di sé.
A queste si aggiunge una terza ambizione, spesso dichiarata: valutare “chi è diventato” lo studente. Ma questa pretesa entra in tensione con la natura stessa della valutazione numerica.
5. Utilità del voto di maturità
Se l’obiettivo è fornire un indicatore utile, è necessario interrogarsi sulla reale affidabilità del voto di maturità.
Oggi molte università non lo considerano nei processi di ammissione, preferendo test standardizzati. Le ragioni sono sicuramente varie, ma esistono tendenze evidenti:
una distribuzione dei voti che varia geograficamente, con una maggiore frequenza di voti massimi in alcune regioni rispetto ad altre (numero di 100 e lode: Calabria 6,1%, Valle d’Aosta 0,3%);
differenze tra tipologie di istituti, con i licei che registrano una percentuale più alta di 100 e lode rispetto a tecnici e professionali;
variazioni significative tra singole scuole.
Questo indica che, pur essendo le prove uguali a livello nazionale, la valutazione mantiene un alto grado di discrezionalità. Il risultato è un voto che fatica a essere comparabile e quindi realmente utile come indicatore per valutare un singolo o monitorare l’intero sistema scolastico.
6. Possibili direzioni
Alla luce di queste criticità, emerge una domanda centrale: quale deve essere la funzione dell’Esame di Maturità?
Una prima possibilità è rafforzare la dimensione oggettiva. In questo caso, le prove dovrebbero essere progettate per garantire maggiore uniformità nella valutazione, anche a costo di limitarsi a ciò che è misurabile in modo affidabile. Il voto acquisirebbe così maggiore valore come strumento comparabile.
Una seconda possibilità è riconoscere la natura formativa dell’esame. In questo scenario, si potrebbe ridurre il peso del voto numerico e valorizzare maggiormente il percorso dello studente, ad esempio attraverso strumenti come portfolio, progetti e attività realizzate durante il percorso. Tuttavia, ciò implicherebbe accettare che il risultato finale non sia facilmente utilizzabile per confronti esterni e che “l’Esame” non sia più un momento solenne, ma una valutazione condivisa del percorso fatto.
Ciò che appare sempre meno sostenibile è l’attuale compromesso, che tenta di tenere insieme entrambe le dimensioni senza riuscire pienamente in nessuna.
Il tema che emerge è quindi la
necessità di una riflessione più profonda sull’Esame di Maturità.
Oggi ci troviamo di fronte a un sistema in cui le valutazioni sono
fortemente influenzate da fattori esterni allo studente e in cui si
pretende di sintetizzare in un numero aspetti complessi e non
facilmente quantificabili.
Una riforma efficace dovrebbe partire
da una scelta chiara: costruire un esame che sia uno strumento di
valutazione oggettiva del singolo e del sistema scolastico, oppure
un’occasione di crescita e maturazione personale. Nel primo caso,
servono criteri più uniformi e comparabili; nel secondo, bisogna
accettare che la valutazione non passi necessariamente da un numero.
Senza questa chiarezza, ogni modifica
rischia di aggiungere complessità senza risolvere il problema di
fondo: dare all’esame una direzione riconoscibile e coerente.
