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Dove sono gli uomini?

Rubrica: Pip
26/08/2026 di Emanuele Fant

 Spesso ho sentito miei coetanei o giovanissimi dire che si sono allontanati dalla Chiesa non per mancanza di fede ma per gli "uomini di chiesa". Cosa si può fare a riguardo?

Per iniziare, sgombriamo il campo dalla tentazione di separare il vangelo dagli uomini e le donne che lo incarnano. Ogni volta che ci troviamo a dire: “Questo ragazzo ha una sana domanda spirituale, quindi teniamolo alla larga dal prevosto che lo farebbe scappare”, allora abbiamo un problema come Chiesa, è inutile nasconderci.

Probabilmente abbiamo spinto troppo in là la convinzione che la fede sia soprattutto un concetto da apprendere, così ora cerchiamo strategie per mantenere affascinante questo “teorema”, evitando lo scomodo passaggio di un contatto con testimoni stanchi. La verità è che non c’è fede senza incontro: la sua trasmissione non può fare a meno della credibilità di alcune persone e della bellezza delle loro azioni.

Il cattolicesimo delle nostre epoche e latitudini certamente affronta un passaggio complicato, un indicatore è proprio il fatto che è incarnato da testimoni che spesso non trasmettono l’entusiasmo di un cammino, ma frustrazione e rigidità. Sembra che il “credere” abbia subito un accomodamento: da un “essere”, si è trasformato in un “avere capito”. Dove questa mutazione ha avuto campo, le parrocchie si sono ridotte ad enclave respingenti, i seminari hanno accentuato i loro caratteri di bolle iperprotette, il catechismo ha promesso una sintesi del senso liofilizzata in un manuale.

Ma c’è una sostanziale differenza tra “essere” e “avere capito”: il primo è un verbo dinamico, che comprende ancora la scoperta, il rischio del possibile errore, il miglioramento e la caduta repentina. La seconda è un’azione conclusa, quindi, in qualche modo, sa di morte. I ragazzi hanno dei sensori speciali e nessun obbligo di girare intorno a chi non esprime più nessuna vibrazione o entusiasmo. La loro fuga non deve farci arrabbiare, è un allarme anche per noi.

Cosa si può fare quando un adolescente sceglie strade alternative perché in parrocchia, o nell’associazione o nel movimento a cui aderiscono da sempre i genitori, sente ormai di soffocare? Io propongo di allacciargli gli scarponi.

Ci ripariamo troppo spesso dietro la convinzione che il mondo fuori dalla nostra cerchia sia una sarabanda di possibili corruzioni, ma questo non è un approccio da persone di speranza. 

Se io provo a fare il conto dei credenti luminosi che hanno segnato la mia maturazione, mi accorgo che l’universo ne era pieno, a patto che mi mettessi in cammino: c’era un camilliano matto che raccoglieva i barboni, una studiosa che trattava con affetto le mie elucubrazioni, una salesiana che si faceva rispettare senza alzare la voce, un regista che non schiacciava gli attori, un cistercense con gli occhi sempre in ascolto… persone di fede che non volevano acchiapparmi con le loro soluzioni, ma si nutrivano di un’esperienza vitale che le rendeva invidiabili. Quasi sempre le ho dovute scovare, e ormai sono piuttosto sicuro che questi testimoni essenziali si fanno vivi al secondo giro, perché proteggono il loro entusiasmo ai margini dei circuiti ufficiali.

Molte strutture educative della Chiesa si stanno interrogando seriamente su come abbandonare una formazione troppo intellettuale, consapevoli che la vera sfida col futuro non ha a che fare con il marketing, ma con la capacità di generare uomini e donne credibili. Al momento lo strapotere della didattica frontale (seminari, testimonianze, catechesi) fatica a lasciare spazio all’esperienza. Il motivo è comprensibile: una lezione è una pratica assicurata che sappiamo in principio dove andrà a parare; l’esperienza dialoga con la realtà, quindi segue traiettorie imprevedibili. Può far paura, ma ormai abbiamo prove evidenti del fatto che proteggersi da alcune dimensioni del nostro essere umani produce figli spirituali ben preparati, ma un po’ insapori. Ci vuole il coraggio di educare persone abbastanza vive da continuare a cercare, abbastanza libere da incontrare una risposta dissetante in traiettorie diverse da quelle che noi abbiamo osato immaginare.