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Dialogare è un verbo esigente. Non indica lo scambio fluido di opinioni né la semplice condivisione di parole, ma un movimento più profondo: l’uscita da sé verso qualcosa che non coincide con noi. Dialogare significa, insomma, esporsi all’alterità, accettare che l’altro non sia riducibile ai nostri schemi, né addomesticabile nelle nostre attese. È per questo che il dialogo autentico è sempre un’esperienza trasformativa, mai neutra. In questo orizzonte va compresa anche la crescente tendenza a “personificare” l’intelligenza artificiale, proiettando su di lei le proprietà della coscienza umana (che in realtà non possiede). Recenti ricerche, ad esempio, indicano che molti adolescenti interloquiscono con l’IA, confidandole le proprie ambasce sentimentali e chiedendo consigli. Quando i più giovani parlano con l’IA come se fosse qualcuno – attribuendole comprensione, ascolto, persino cura – non stanno semplicemente confondendo una macchina con un essere umano. Stanno, piuttosto, dando sfogo a un bisogno strutturale: la ricerca di un’alterità con cui entrare in relazione.
L’IA diventa così una sorta di surrogato dell’interlocutore umano, una presenza a cui rivolgersi quando il mondo appare distante, troppo friabile per poter assorbire le mie ansie o troppo esigente per mostrargli le mie fragilità. Proprio qui, però, emerge un problema decisivo. L’IA è uno strumento straordinario, ma rappresenta un’alterità addomesticata. È sempre disponibile, coerente, orientata a restituire risposte che, in fondo, ci somigliano. Anche quando sembra contraddirci, lo fa all’interno di un perimetro che non ci destabilizza davvero. È un’alterità che funziona come uno specchio raffinato: non giudica, non resiste, non ci obbliga a cambiare posizione.
La tecnologia appare più affidabile degli esseri in carne e ossa: non chiede di attraversare lo scarto tra le differenze. Gli adulti possono usare i filtri per ridurre le rughe, mentre i ragazzi possono parlare con ChatGpt per avere una voce rassicurante. Nessuno si scomoda, tutto si appiattisce. Così, però, sparisce l’attrito fecondo del dialogo: non si tratta del conflitto fine a sé stesso, né dello scontro sterile tra posizioni che si irrigidiscono. È, piuttosto, quella resistenza minima, ma decisiva, che l’altro oppone ai miei automatismi, ai miei algoritmi di funzionamento. È l’esperienza di non scorrere lisci, di non essere immediatamente capiti, di dover rallentare, perché qualcuno non parla la mia stessa lingua. In un tempo che promette interazioni senza frizioni, l’attrito diventa quasi uno scandalo: tutto deve essere fluido, rapido, personalizzato. Eppure è proprio ciò che non scorre che educa e fa maturare. L’attrito del dialogo interrompe la continuità dei nostri gesti mentali, inceppa le risposte pronte, inibisce gli schemi abitudinari, costringe a sostare.
Quando l’altro non si lascia ridurre a una funzione rassicurante, quando non risponde secondo le nostre aspettative, accade qualcosa di decisivo: siamo chiamati a rinegoziare il nostro punto di vista. L’attrito non è un difetto della relazione, allora, ma la sua condizione di possibilità. Senza attrito non c’è trasformazione, solo conferma. Gli automatismi – linguistici, emotivi, cognitivi – ci fanno risparmiare energia, ma ci tengono fermi. Nel rapporto tra le persone e le generazioni, bisogna dirlo chiaramente, questo attrito è destabilizzante: chi si abbandona a ingenui entusiasmi sul dialogo, crede di rendergli omaggio proprio mentre ne anestetizza la forza, riducendolo a pacifico scambio di cortesie.
Nello stesso tempo, però, l’attrito del dialogo è anche fecondo: i giovani fanno domande che destrutturano le risposte degli adulti; gli adulti mostrano limiti che contraddicono l’illusione di soluzioni immediate a problemi complessi. Se questo attrito viene evitato, il dialogo si riduce a controversia, intrattenimento o a complicità sterile. Se invece viene abitato, diventa una soglia: un luogo in cui nessuno resta identico a sé stesso, nell’autarchia emotiva e culturale, ma diviene sé stesso grazie all’altro. In un’epoca che tende a eliminare ogni resistenza, difendere l’attrito del dialogo significa difendere la possibilità stessa di generare esseri umani pensanti.
