Nella mia città la casa circondariale giace al confine del centro abitato, a ridosso del casello autostradale. Hanno addossato due spazi diversamente simili tra loro: uno ha la guardiola che consente spostamenti rapidi, paghi per entrare, l’altro ha una guardiola analoga che dispone arresti lunghi, secondo la mentalità diffusa, entri per pagare. Il casello dell’autostrada è intasato solo ad alcune ore del giorno, quello del carcere non fa mai coda, ma sempre immette in spazi sovraffollati. L’uno e l’altro si spiano dalle inferiate, vedono che sono visti, e diventano l’uno oggetto di riflessione per l’altro. Talvolta s’ignorano a vicenda, ma non possono far finta che l’altro non esista.
Domenica 14 dicembre 2025 anche a san Pietro si parla di carcere.
Sia perché la liturgia prevede per quel giorno una pagina di vangelo in cui le emozioni e i ragionamenti del Battista vogliono entrare in dialogo con Cristo dal carcere in cui è recluso per comando di Erode, sia perché il Giubileo ha in programma un appuntamento speciale per le persone detenute e per tutti coloro che si prendono cura di loro nelle diverse realtà penitenziarie.
Papa Leone XIV celebra per loro e con loro l’Eucaristia nella domenica Gaudete.
Nel cuore dell’Avvento, tempo liturgico gravido di speranza, è invito a scommettere che «qualcosa di bello e di gioioso accadrà».
Il Pontefice afferma che «da ogni caduta ci si deve poter alzare». È una possibilità che deve essere offerta a tutti, proprio a tutti, perché «nessuno vada perduto». Diversi problemi oggettivi minacciano evidentemente questa possibilità, in particolar modo alcune condizioni degli istituti penitenziari quali il «sovraffollamento o l’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro». Esistono poi ostacoli personali quali «il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più». Citando i suoi predecessori, il Papa afferma che tutti sono invitati «a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore» (papa Francesco) e che anche il carcere può essere spazio fecondo in cui accogliere «il principio della nuova ora di grazia» (san Paolo VI). La «terra promessa […] di un cuore riconciliato con Dio e con i fratelli» esiste. Dalle parole del Successore dell’apostolo Pietro si capisce, tuttavia, che la sfida più grande non è abitare questa «terra promessa», ma la promessa di questa terra, specialmente quando alcuni punti fermi vengono a mancare, quando la disperazione s’impone e quando la giustizia sembra essere ridotta alla mera legalità. Gli interventi straordinari di Dio, «spesso sono affidati a noi, alla nostra compassione, all’attenzione, alla saggezza e alla responsabilità delle nostre comunità e delle nostre istituzioni». Serve «coraggio e spirito di collaborazione» per favorire «riparazione e riconciliazione». Se sussistono le condizioni ricorrendo anche a «forme di amnistia o di condono della pena, volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in se stesse e nella società».
Se il pensiero comune si augura che gli istituti penitenziari, e più in generale il potere legislativo e giudiziario, siano guidati da competenza, onestà e integrità, il Santo Padre rilancia anche sul valore imprescindibile della sensibilità. Occorre «custodire, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità».
Le parole del Papa non si commentano, si accolgono, negli opposti che ci abitano.
Autostrade a ridosso degli istituti penitenziari, infatti, non disegnano solo alcuni piani regolatori delle nostre città, ma anche le geografie dei nostri ragionamenti e degli affetti. A ciascuno è data la possibilità di non nascondersi nella guardiola, ma di impegnarsi a riparare le strade, perché a tutti sia data la possibilità di rimettersi in cammino.


