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Arturo Mariani: i nostri limiti, nuove possibilità

Una storia che diventa specchio per i ragazzi: a Montesilvano oltre 600 domande per Arturo tra emozione, fragilità e rinascita.
19/03/2026 di Agnese Palmucci

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Gli studenti gli hanno rivolto oltre 600 domande dopo la testimonianza sulla sua vita, domenica mattina a Montesilvano. Si mettevano in piedi sulle sedie per prendere la parola. «È stato così emozionante che ho deciso di scendere tra loro e di iniziare un confronto senza filtri», ha spiegato Arturo Mariani, speaker motivazionale romano ed ex calciatore della Nazionale italiana di calcio amputati, intervenuto alla Scuola di formazione per studenti del Msac. «Hanno raccontato le loro difficoltà, qualcuno piangeva, altri si abbracciavano – ha proseguito il giovane di 33 anni –. A provocarli è stata la possibilità di vivere le proprie difficoltà come un trampolino di lancio nella vita». Ad Arturo – al quale è nata da poche settimane la seconda figlia – manca la gamba destra, fin dalla nascita. Per lui il primo esempio è stato quello dei genitori, «che hanno scelto di mettermi al mondo» senza dubbi, pur sapendo della sua disabilità.

«Con i ragazzi cerco sempre di fare un viaggio comunicativo che parte dalla mia storia – ha spiegato l’atleta, che da dieci anni gira l’Italia parlando di consapevolezza del sé e della bellezza di una vita “imperfetta” – per arrivare a capire che le sofferenze e i limiti riguardano tutti, e che a fare la differenza è la consapevolezza che tutto può diventare una nuova possibilità». Uno studente a Montesilvano gli ha chiesto come poter aiutare un suo compagno di classe vittima di bullismo. Una ragazza con disabilità, invece, voleva sapere come riuscire a “rialzarsi” dal suo dolore. «Quello che dico, ovviamente, è che ci vuole tempo, io ci ho messo vent’anni per capire come fare – ha sottolineato Arturo, che ha partecipato al Mondiale di calcio per amputati in Messico, nel 2014 –. Il liceo l’ho vissuto molto male, sia per il dolore della protesi, per i fastidi fisici, ma pure perché spesso gli insegnanti stessi non mi comprendevano, anche se ora li ringrazio perché mi hanno fortificato». La parte più bella, invece, erano i compagni di classe, che lo hanno «sempre circondato di amicizia e affetto». Ai ragazzi, infatti, Arturo ha ribadito anche che «il ruolo dei coetanei è fondamentale per aiutare a superare i propri limiti», e camminare nella vita.

Dai 18 anni, poi, la svolta. « Ho preso consapevolezza della scelta d’amore dei miei genitori e della fede che mi hanno trasmesso, di quel senso di affidamento che va oltre il controllo umano», ha raccontato. Per lui la fede, vissuta sin da bambino, è stata «un’ancora di salvezza totale nei momenti più bui, anche se ho dovuto superare alcune crisi». E il gruppo giovani della parrocchia in cui è cresciuto, a Guidonia vicino Roma, «è stato veramente l’elemento più importante di crescita della mia vita in assoluto», ha aggiunto, «perché al di fuori non sei libero allo stesso modo». Poi l’ingresso nella Nazionale, le prime testimonianze in pubblico nelle scuole, i primi libri . « Mi sono ritrovato all’improvviso a parlare davanti a tutti, che era il mio incubo più grande – ha concluso –. Da là ho capito che raccontare la mia storia, per me, era una vera e propria chiamata».