A dieci anni dall’adozione dell’Agenda 2030 e dei suoi 17 obiettivi per trasformare il nostro mondo, ci troviamo a fare un bilancio tutt’altro che rassicurante. L’ottavo Rapporto Istat sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), pubblicato nelle scorse settimane, ci consegna un’immagine in chiaroscuro dell’Italia e, più in generale, del contesto europeo. Nonostante i segnali di progresso, la corsa verso gli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite è ben lontana dall’essere vinta. E l’orizzonte del 2030, che un tempo sembrava una tappa realistica, oggi si profila come un traguardo sempre più sfocato.
Numeri e realtà: l’Italia tra avanzamenti e stagnazioni
L’Istat, con 320 misure statistiche (di cui 300 associate a un solo Goal) e 148 indicatori ufficiali, ha realizzato un monitoraggio puntuale e rigoroso, che offre un quadro completo ma anche inquietante. Più del 60% delle misure mostra un miglioramento nel lungo periodo, ma il dato si indebolisce nel breve: solo poco più della metà ha registrato progressi nell’ultimo anno, mentre oltre una su quattro è peggiorata. Alcuni ambiti, particolarmente sensibili, sono in sofferenza: Vita sulla terra (Goal 15), Pace e istituzioni solide (Goal 16), Parità di genere (Goal 5) e Salute (Goal 3) mostrano livelli preoccupanti di stagnazione o regresso.
Il caso del Goal 15 è emblematico: l’89% delle misure risulta stabile o in peggioramento. Le emissioni di ammoniaca dal settore agricolo, ad esempio, sono cresciute dell’11% in un solo anno. Ma anche nel campo della giustizia, della sicurezza e della qualità istituzionale (Goal 16), il 60% delle misure peggiora. Segnali che indicano non solo una debolezza strutturale, ma anche una perdita di direzione etica e politica.
Europa: un continente disomogeneo, tra leadership e ritardi
Nel contesto europeo, i dati tracciati da Eurostat mostrano un quadro altrettanto disomogeneo. Paesi come i nordici o i baltici registrano buone performance su educazione, clima ed economia circolare, mentre altri – Italia inclusa – faticano su questioni ambientali, governance e inclusione sociale. La coesione interna dell’Unione si fa fragile quando si tratta di coniugare le esigenze dello sviluppo economico con quelle della giustizia ambientale e sociale. Le politiche comunitarie, per quanto avanzate nei principi, spesso si scontrano con la mancanza di strumenti vincolanti e con le resistenze dei singoli Stati membri.
Il vertice di Siviglia: segnale politico o compromesso al ribasso?
In questo scenario complesso si inserisce la Quarta Conferenza Internazionale sul Finanziamento dello Sviluppo, che si è tenuta a Siviglia dal 30 giugno al 3 luglio 2025. L’adozione del Compromiso de Sevilla da parte di 192 Paesi ha rappresentato, in sé, un risultato politico non trascurabile, specie nel clima geopolitico attuale, segnato da tensioni, guerre e nazionalismi. Tuttavia, il contenuto dell’accordo e le sue modalità di costruzione mostrano le crepe di un sistema multilaterale sempre più affaticato.
Il documento finale propone una riforma dell’architettura finanziaria internazionale, punta al rafforzamento delle capacità fiscali dei Paesi a basso reddito, promuove strumenti innovativi di finanza mista e propone piattaforme come il Debt Swap e il Borrowers’ Forum. In teoria, un piano ambizioso. Ma in pratica, mancano impegni vincolanti, risorse certe e un calendario operativo stringente.
La Sevilla Platform for Action, pensata come braccio operativo del compromesso, raccoglie oltre 130 iniziative: un segnale di vivacità e volontà progettuale. Tra queste, anche una proposta italiana, in partnership con il Kenya, per rafforzare le competenze nella finanza per lo sviluppo. Tuttavia, la società civile – esclusa in buona parte dal processo decisionale – ha parlato di “ennesimo elenco di buone intenzioni”, denunciando la mancanza di trasparenza, l’assenza di giustizia fiscale e il primato dato alla mobilitazione di capitali privati a scapito della redistribuzione e dell’equità.
Una questione di giustizia, non solo di numeri
Il vero nodo, infatti, è di natura etica e politica prima ancora che tecnica. La sostenibilità non è solo un affare di indicatori, ma riguarda la qualità della vita, la dignità delle persone, la salvaguardia del creato. È una questione di giustizia. Lo sviluppo sostenibile – come ha ricordato più volte Papa Francesco – non è neutro: comporta una scelta chiara a favore degli ultimi, delle generazioni future, dei popoli dimenticati. E implica una conversione culturale e spirituale, che non può essere sostituita da nessuna piattaforma di finanza.
L’Italia, in questo contesto, ha una responsabilità speciale. Non solo perché è in ritardo su molti fronti, ma perché può offrire – se lo vuole – un contributo originale, capace di tenere insieme concretezza e visione. Le esperienze positive in tema di partenariati locali, economia sociale, welfare territoriale e sostenibilità integrale possono essere terreno fertile per una nuova leadership “dal basso”, centrata sulle comunità, le reti e i territori.
Il tempo stringe: tra inerzia e rilancio
L’Agenda 2030 non è un esercizio retorico. È una promessa fatta alle generazioni future. Ed è, oggi, una promessa in pericolo. I numeri dell’Istat, le critiche alla piattaforma di Siviglia, il rallentamento europeo ci chiedono di scegliere: tra inerzia e speranza, tra un futuro scritto altrove e un progetto co-creato, tra un sistema di sviluppo iniquo e uno realmente umano, integrale e sostenibile.
Il cammino è ancora possibile. Ma serve un nuovo patto – come suggerito anche dalla CSO Partnership for Effective Development Co-operation – per una cooperazione efficace e corresponsabile. Serve un’Europa che non abbia paura di cambiare rotta. Serve un’Italia capace di guardare oltre le emergenze del presente e investire, con coraggio e visione, nel bene comune. Perché il tempo dell’attesa è finito. Ora è il tempo della decisione.


