C'è una sottile bugia che spesso raccontiamo a noi stessi e ai ragazzi che accompagniamo: quella di essere "spiriti che possiedono una macchina". Immaginiamo la nostra interiorità come il guidatore e il nostro corpo come l'auto. Se l'auto si guasta, la ripariamo; se è sporca, la laviamo; se ha bisogno di carburante, la riempiamo. Ma noi? Noi ci sentiamo altro. Siamo la mente che progetta l'attività, l'anima che prega, il cuore che ama. Ma è davvero così? O questa distinzione è il primo grande ostacolo a un’educazione autentica?
Il corpo come oggetto: la deriva del "possesso"
Quante volte parlando diciamo "io ho un corpo". Ma se io "ho" un corpo, finisco inevitabilmente per usarlo come uno strumento. Lo costringo a funzionare anche quando la febbre busserebbe alla porta, perché "pare brutto" mancare o perché mi sento indispensabile. Lo privo del sonno per finire una programmazione dell'ultimo minuto o lo nutro senza ascoltare lo stimolo della fame, ma seguendo solo il ritmo spietato dell'orologio.
In questa prospettiva, il corpo diventa un oggetto da esibire, da potenziare o da nascondere. È il corpo della cura estetica ossessiva, ma è anche il corpo trascurato in nome di un presunto "spirito" superiore.
Se come uomini e donne viviamo così, come educatori quale messaggio trasmettiamo ai ragazzi o ai giovanissimi, già bombardati da modelli di perfezione digitale? Passa l'idea che l'essere umano sia una macchina, un involucro che deve rispondere ai comandi della volontà, perdendo quella connessione vitale con la propria dimora interiore.
Il corpo come dimora: la scelta di "essere"
Il corpo come dimora: la scelta di "essere"
Scegliere di dire "essere un corpo" cambia radicalmente la postura, anche quella educativa. Significa riconoscere che non esiste un confine dove finisce la biologia e inizia la spiritualità. Come ricordato da Don Roberto Massaro durante il mini-convegno “Per una scelta educativa incarnata”, al Convegno educatori di Riccione lo scorso dicembre, Gesù non ha semplicemente "usato" un corpo per salvarci: Egli si è fatto carne. Questa scelta trasforma il modo in cui leggiamo la realtà.
In quest'ottica, ascoltare il limite fisico non è un cedimento, ma accogliere una parola di Dio: se la gola brucia o la schiena duole, non è un guasto tecnico, ma è la mia persona che mi sta chiedendo di tacere o di fermarmi. Significa anche legittimare il "sentire" dei ragazzi, comprendendo che se un bambino prova disgusto, stanchezza o disagio fisico, non sta semplicemente "facendo i capricci". Quel corpo sta comunicando una verità che la mente non ha ancora elaborato. Abitare questa consapevolezza permette di riscoprire la spiritualità dei sensi, dove una carezza, un respiro profondo o il gusto di un pasto condiviso non sono distrazioni dal sacro, ma il luogo esatto dove il sacro si manifesta.
La sfida pedagogica: ricucire lo strappo
Come educatori, siamo spesso tentati di "mentalizzare" tutto, quasi avessimo paura dell'esperienza pura. Facciamo un'attività intensa e subito scatta l'ossessione del feedback: "Cosa ti porti a casa? Cosa hai capito?". Temiamo che, se non trasformiamo il vissuto in concetto, l'esperienza vada perduta.
Ma il corpo possiede una memoria profonda che spesso non passa per la parola. Ci sono ferite e gioie che restano scritte nella postura, nel modo di stringere una mano o nel ritmo del respiro. Educare alla corporeità, dunque, non significa aggiungere un "modulo" teorico sull'affettività, ma aiutare i ragazzi a ricucire le parti di sé per tornare a essere interi. Recuperare l’unità tra "avere" e "essere" non è un esercizio intellettuale, ma l'unico modo per non essere educatori - e ancor prima persone - a metà.


