Pensavo che dopo un po’ di tempo le parole nascessero più spontaneamente, invece, sono ancora partorite con gratitudine e fatica. Parto perciò dalle parole conosciute, quelle che mi sanno raccontare e recupero il ritardo delle espressioni che una presentazione effettivamente esige.
Ciao, piacere! Sono Martina e mi piace la pasta al pesto. Queste cose dicono ben poco di me, ma almeno rivelano la mia provenienza: sono di Genova, anzi più precisamente di Arenzano, un paese di focaccia, chiacchiere e mare. Sto per concludere gli studi di laurea magistrale in Lettere e da dieci anni mi dedico, in maniera sempre diversa e colorata, di servizio educativo in Ac: sono al secondo mandato come Vice-giovani diocesana e sono la Referente giovani nazionale all’Unedi, l’ufficio della Cei dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso. Rido spesso, mi piace cantare, mi faccio molte paranoie e avverto tutto con molta sensibilità.
Dall’08 al 23 luglio sono partita in missione con le Missioni Carmelitane Liguri per la Repubblica Centrafricana, come laica volontaria: in quei giorni per me, pianeta dalla conformazione alquanto bizzarra, è partito un moto di rivoluzione. Se mi chiedeste il motivo della mia partenza e ci trovassimo di persona, probabilmente vi sorriderei imbarazzata, sposterei i capelli dietro le orecchie e vi direi che effettivamente non lo avevo e ancora adesso non lo so; questo non si è rivelato l’avverbio della Provvidenza, dell’ignoto che fa accadere l’inaspettato e quindi la Grazia.


C’è una poesia di Chandra Livia Candiani che inizia cantando «Io è tanti» ed è davvero quello che avverto dentro: c’è una sola moltitudine dentro di me che da settimane mi ricorda che o ci si dona e ci si incontra interamente o non ci si incontra né dona per niente, perché è solo la verità a valer la pena di un viaggio così lungo, così a tratti pericoloso e infinitamente bello.
La poesia prosegue e scrive che «c’è chi crolla e chi veglia, chi annaffia i fiori e chi beve troppo, chi dà sepoltura e chi ruggisce»; è vero, ci sono tutti e c’è anche chi ringrazia solamente per un saluto, il mio gruppo di amici volontari, chi risponde «Bien» ad un «Comment ça va?» mentre si aspetta la visita del medico, c’è chi gioca con un bastone e una ruota, chi porta un fratello sulle spalle, chi si lava al fiume, chi chiede una maglia di cotone. C’è chi ha fame e ne ha tanta e non si sa se manchi da più tempo l’amore o il pane. «Ci sono tutti, tutti quanti, non in fila, e nemmeno in cerchio, ma mescolati come farina e acqua nel gesto caldo che fa il pane».
Quello che racconterò non vuole essere il racconto oggettivo di quello che abbiamo vissuto, ma quello che dagli occhi al cuore e poi dal cuore alle dita ho visto e conosciuto.
I primi giorni sono stati all’insegna di voli, nuvole e pozzanghere: gli spostamenti sono stati lunghi, ma in quelle quattro mura mobili della jeep è stato molto facile, fin da subito, sperimentare come il Bene condiviso generi famiglia e legami confidenziali. In quelle ore interminabili di viaggio abbiamo spezzato pane comprato dal finestrino, condiviso salumi, sorriso, dormito.
Arrivati a Bozoum, il villaggio in cui saremmo stati, l’impatto è stato abbastanza duro: ci hanno avvisato che l’acqua per alcune ore della giornata non ci sarebbe stata e la corrente di notte nemmeno, insomma, tutte le certezze occidentali, nelle quali siamo capitati per caso, non ci sarebbero più state. Il mio compito durante la settimana sarebbe stato quello di occuparmi al mattino dei bambini in orfanotrofio (molti bambini hanno perso i genitori perché uccisi dai ribelli o morti durante la guerra) e al pomeriggio di mettermi a fare ciò che ogni santo giorno dava da fare. Gli altri ragazzi si distribuivano tra le varie mansioni: chi visitava al dispensario medico, chi ristrutturava, chi insegnava; insomma, ognuno teneva tra le mani i propri talenti.


Il tratto più marcato, più forte, alla mia esperienza è stato disegnato da Dieumerci, un piccolo amico di ventidue chili, di cui parlo sempre, con quattordici anni di pelle attaccata alle ossa, a cui mi sono legata a doppio nodo. Un ragazzino fortemente denutrito, diabetico, ammalato di tifo e malaria e soprattutto abbandonato dalla famiglia perché ritenuto da uno stregone del villaggio posseduto e artefice di varie sciagure. Al di là di uno stato di salute che si è presentato fin da subito molto critico, quello che più mi disperava il cuore era che lui sarebbe potuto morire da un momento all’altro senza sapersi di qualcuno.
Il Vangelo di quel giorno parlava di un bicchiere d’acqua offerto; è stato commovente, davvero, vedere come la Buona Notizia vive e si incarna ancora oggi ancora lì. Là il Vangelo ha la forma di un mattone, è la giostra dei centimetri di un metro, la siringa per curare la malaria, le lettere dell’alfabeto su una lavagna, una lezione di matematica in più, un bicchiere d’acqua.
Penso che la missione abbia viaggiato, e forse lo fa sempre, su doppi binari: gli altri e noi stessi – più volta nuda ho ricevuto aiuto io. Penso che il cuore mi si sia allargato; non più bello, non più bravo, solamente più largo. Un cuore ingombrante che non lascia scampo: appesantisce il camminare, rallenta i passi, costringe a prendere le misure del punto di vita e del punto di vista. Però è bello: hai una parte in più di te di cui farti dipingere l’interno.
Essere nati nel Duemila, come me, è una bella fortuna, soprattutto per chi non è fortissimo in matematica: consente di festeggiare dei traguardi anagrafici per antonomasia importanti in concomitanza ai grandi giubilei. Quest’ estate ho vissuto il mio giubileo e quello verso Bozoum è stato il pellegrinaggio lungo cinquemila chilometri. Il corno suonato è il mio cuore, quello delle persone che ho incontrato. Come Candiani anch’io concludo dicendo: «io è un abbraccio».
Chandra Livia Candiani – Poesia tratta da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore” edito da Einaudi


