Passa al contenuto

80 anni di Repubblica: la democrazia è una scelta quotidiana di libertà e partecipazione

L’anniversario di una scelta collettiva nata dal suffragio universale e dal rifiuto del nazifascismo
02/06/2026 di Luca Torcasio

80 anni da quel 2 giugno 1946. 80 lunghi anni di storia repubblicana che affondano le proprie radici nella partecipazione.

La partecipazione come scelta di libertà del 90% degli aventi diritto, quasi 25 milioni di italiani, 12.998.131 donne e 11.949.056 uomini, perché quel 2 giugno, per la prima volta, veniva garantito il suffragio universale che estendeva alle donne il diritto di voto.

Un voto che scelsero di esercitare in massa, come risposta all’oppressione nazifascista, la libertà da una monarchia appannata dal potere di una dittatura spietata, l’urgenza della pace tra le nazioni come opzione non più rinviabile, la partecipazione come strumento di protagonismo all’interno della società, l’uguaglianza politica tra uomini e donne.

E sì, per le donne la scheda ricevuta in occasione del referendum fu come un biglietto d’amore da custodire gelosamente e che suscitava grandi emozioni, che richiamava alla propria responsabilità del futuro del Paese che prendeva forma. Armida Barelli, che lavorò incessantemente con la Gioventù Femminile nel coinvolgimento delle donne elettrici ed eleggibili, ripeteva spesso che “Le donne sono la forza dell’Italia!”. Aveva ragione: le donne che votarono erano ben un milione in più degli uomini, e lei si spese con tutte le donne dell’Azione Cattolica per superare i pregiudizi per cui, molti nella società del tempo, le giudicavano incapaci di scelte.

I festeggiamenti non avvennero nel momento in cui furono pubblici i risultati del referendum, ma nel 1947 e la festività divenne nazionale con la legge n. 260 del 27 maggio 1949.

Oggi, come allora, festeggiare trova ancora senso in ogni luogo del nostro vivere quotidiano, intorno ad una comunità dove ciascuno possa trovare cittadinanza e ritrovarsi nei principi fondamentali della Carta Costituzionale, ovunque esso sia, nelle scuole, negli ambienti di lavoro, nei contesti cittadini, negli ospedali, ovunque sia necessario ribadire con coraggio l’urgenza della convivenza pacifica e del ripudio della guerra quale strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, del dialogo come opera incessante di tessitura di legami buoni tra cittadini, tra generazioni, tra estrazioni sociali diverse.

Costruttori di una società fondata sull’impegno e la partecipazione, il superamento di qualsivoglia pregiudizio e la promozione della pace.

Il Presidente Mattarella, nel suo messaggio in occasione del concerto tenuto al Quirinale per il Corpo Diplomatico in vista delle celebrazioni della Festa della Repubblica dello scorso anno, ha sottolineato che “…La pace non è un ideale per anime ingenue, stroncato poi dal severo giudizio della storia. La pace è esperienza che statisti lungimiranti hanno saputo pazientemente costruire: occorre proseguirne l’opera. Non ci si deve - e non ci si può - limitare a evocarla. È necessario impegnarsi… ”

Occorre, quindi, dinanzi a venti di guerra che spirano sempre più forti e di spinte sempre più marcate di rivendicazioni di asserite superiorità o chiusure, ripartire da noi, dall’ordinario delle nostre vite, perché il nostro impegno quotidiano diventi la manifestazione piena di questa dedizione nella costruzione comune di un Paese accogliente, pacificato, solidale.

Fuggendo dalla tentazione del pensare la guerra come modalità dell’esercizio dell’agire politico, quale strumento legittimo per affermare con forza le proprie ragioni. Con La Pira, oggi come allora, siamo invece convinti che la guerra sia, sempre, la negazione più abietta della politica. Dinanzi ad una accelerata inversione culturale legittimante l’utilizzo della guerra come strumento politico e al tentativo di ridicolizzare la cultura della pace, siamo impegnati, come 80 anni fa, ad essere tessitori instancabili di una cultura del dialogo, certi che la guerra non sia mai modo legittimo di interazione tra gli uomini e tra le nazioni.

Da ultimo, i risultati dello scorso referendum hanno scardinato l’idea per cui la partecipazione alla vita politica interessi solo agli addetti ai lavori. In tanti hanno votato e molti di questi erano giovani! Il 2 giugno ci ricorda che la partecipazione è di tutti e ci chiama in causa anche oggi, perché tutti siamo responsabili e custodi del nostro Paese. Rinunciare a questo significa abdicare alla propria libertà e alla possibilità di operare alla costruzione, da protagonisti, di una società giusta e armoniosa.

La libertà nasce dalla possibilità di scegliere responsabilmente e questa libertà è la conquista proprio di questa giornata di festa. In un tempo in cui molti popoli non sono liberi perché oppressi dalla guerra, da regimi politici repressivi delle libertà anche più elementari, da culture che escludono la pari dignità, da algoritmi che ci costringono a scegliere deresponsabilizzandoci o a decidere sotto pressanti condizionamenti, la libertà resta un valore universale e inestimabile.

Libertà come chiamata in causa della responsabilità e dell’impegno. Uomini e donne libere che scelgono, che prendono parte, ciascuna e ciascuno con il proprio bagaglio esperienziale, con le proprie sensibilità e idee, col proprio impegno quotidiano.

E allora buona festa del 2 giungo, buona festa della Repubblica!